Credo che questa foto la dica tutta sul mio stato mentale dell’ultimo periodo. Per chi non l’avesse capito, sono seduto sul divano di casa di Paola, a guardare la tv con Winnie the Pooh e a chiedergli se Studio Aperto è di suo gradimento. Con la coinquilina di Paola lì presente. Ripeto, la coinquilina di Paola conosciuta appena tre mesi fa. Ora, analizziamo la situazione: mettiamo per un attimo da parte il discorso che un uomo di ventidue anni, felicemente fidanzato e con una certa reputazione possa guardare la tv con un orso di peluche e mettergli anche il plaid sulle gambe. Qui la questione è un’altra: com’è possibile che lo stesso uomo che fino a un anno fa era considerato un “salame” possa fare una cosa del genere in presenza di una persona che conosce appena? Cos’è successo a quell’uomo? Questa è la domanda, e la risposta è che non lo so. Semplicemente è successo, senza neanche accorgermene: il giorno prima sono entrato timidamente in quella casa dando l’aria del muflone, e il giorno dopo ero lì che spacciavo fumetti e imitavo il tastierista dei Negramaro, senza vergogna alcuna. Non c’è nulla di strano, ma il punto è che tutto questo non è da me. Perlomeno non con persone conosciute da così poco. E invece adesso, all’improvviso io, il casalingo disperato per eccellenza, mi ritrovo ad organizzare serate con un gruppo di dieci persone (io che superavo la decina solo quando uscivo con la mia classe al liceo) e ad essere riconosciuto (e, stranamente, qualche volta anche apprezzato) per essere quello dalle battute idiote e dal desiderio di diventare sceneggiatore di fumetti. Io, proprio io che quando mi chiedevano cosa voglio fare nella vita inventavo mille professioni per non attirarmi addosso gli sguardi sdegnati di puritani che di fumetto non sapevano niente, sì, ma di erba di casa mia conoscevano ogni singola strofa. Non so cosa dirvi, a volte non mi riconosco più neanche io, ma sto davvero bene. Giuro, mi mancano solo alcune persone conosciute su Internet, e poi avrei il mio angolo di paradiso qui a portata di mano. Insomma, mi fa strano dire una cosa del genere, ma in questi mesi sono riuscito a creare una mia “comitiva”. Ci vediamo i fine settimana, riunendoci per uscire o, magari, anche solo per parlare e vedere un film. Ecco, è questo che mi mancava, da sempre. E’ questo quello che ho potuto assaporare con i miei amici del forum, ma che mi mancava nella vita “reale”, di tutti i giorni. Il piacere di poter stare tutti insieme anche solo a sparare cavolate senza farsi troppi problemi, senza provare quella paura di essere etichettato come l’asociale della situazione, il rompiballe della compagnia, l’uomo da sfruttare e basta. La cosa più buffa in tutto ciò, forse, è che proprio in questo periodo sto scrivendo la mia storia di due anni fa, quando ero davvero un clown costretto ad indossare una maschera per la paura che quello sprazzo di considerazione degli altri potesse sparire. Forse avevo bisogno di tempo, forse avevo bisogno soltanto di Paola, ma se fossi riuscito a togliermi quella maschera da molto prima, forse quel clown sarebbe già morto, senza lasciare ancora qualche piccolo strascico qua e là.
Era già successo che io scrivessi qualcosa sulle persone che mi erano vicine, con un esito talmente catastrofico da farmi pensare che quel testo avesse portato sfortuna. E ora ci ricasco, come mi succede sempre. Forse perché sto così male da guardare la tv insieme a un peluche, o, forse, perché questa volta, davvero, provo la strana sensazione di sentirmi a mio agio in una situazione che fino a qualche anno fa mi avrebbe mandato in panico. E ora dovreste vedermi, come mi compiaccio delle serate a bowling o delle serate al pub, delle semplici serate davanti a un film o delle mie battute sempre più idiote. Mi trovo bene, semplicemente. Strano, vero? Sì, lo so. E il merito è tutto loro:
Partirei da Paola. Non per una ragione di ordine alfabetico, né per una questione di ordine di apparizione o bla bla bla. No, per il semplice fatto che Paola è la donna che amo, e che senza di lei tutto questo non sarebbe possibile. Almeno, per me non sarebbe possibile. Perché lei è il bastone della mia vecchiaia, il mio appiglio, la mia salvezza. In una sola parola, lei è tutto. E’ il motivo che mi spinge ad andare avanti, che mi spinge a crescere, che mi spinge a credere in me stesso. Che poi mi spinga anche a lavare i piatti, questo è un altro discorso. Ma qui, per questioni di rispetto verso la mia (bassa) autostima da macho, preferirei non parlarne. Lei è arrivata un giorno, circa due anni fa, con uno sguardo negli occhi che voleva dirmi già tante cose. Poi è scomparsa, per tornare un anno dopo con quello stesso sguardo da cui non mi sarei più staccato. E da cui non mi staccherò mai più.
Poi c’è Alessio, il Biondo. Il mio migliore amico da sempre, spalla perfetta o primo comico eccezionale a seconda della situazione (attenzione, però: il fenomeno del “primo comico eccezionale” è riscontrabile solamente durante le notti di luna piena, solamente se le congiunzioni astrali consentono che Marte sia allineato a Saturno e che il mondo sia pronto alla musica degli ZZ Top). L’anchor-man della situazione, si definisce lui, modesto come al solito. Non amiamo fargli notare la strana assonanza con il termine “ancora”, per paura che poi possa ricominciare con una delle sue solite tiritere sul fatto che non capiamo niente di musica. Alessio è uno di quegli amici che ci sono sempre stati e che sempre ci saranno, che reggono l’alcol senza ubriacarsi, che guidano la macchina facendoti rosicare come un dannato per quanto la porta bene, che ti sbatte in faccia la verità con quella calma che ti fa odiare il fatto che non si sia incazzato, perché a quel punto non hai scuse e devi semplicemente accettare la verità che lui ti sta spiattellando. Cosa si potrebbe desiderare di più da un amico? Il fatto che non abbia sempre maledettamente ragione, ecco cosa.
Eloisa, invece, è colei la quale si prodiga sempre di grandi complimenti nei confronti del sottoscritto. I suddetti, in particolare, variano dal più mite “Fra, ci azzeccassi una volta” all’ormai classico “cafonazzo”, valido in tutte le occasioni. Come se tutto questo non bastasse, da qualche tempo a questa parte mi costringe anche a esibirmi in umilianti balletti volti a copiare le sofisticatissime coreografie di un tale Billy Ballo, primo ballerino di quel famoso Mariottide che voi tutti (e lei soprattutto) ricorderete per “Tristezza a palate”. E inoltre, quando ci riuniamo tutti insieme per suonare e cantare, mi insulta per tutto il tempo per il fatto che non conosco le fondamenta della musica italiana: Alex Baroni, Gigi D’Alessio e i New Trolls. Insomma, mi insulta, mi fa ballare come una scimmia ammaestrata, spaccia per fondamenta della musica italiana Gigi D’Alessio e, come se non bastasse, mi ruba anche le idee per i regali di natale. Come non potrei volerle bene?? (soprattutto dopo che mi sarò fregato il peluche di Winnie the Pooh!)
Riccardo, detto il Biondo. E’ praticamente il mio opposto: casinaro, invadente, superficiale e inattendibile. Non parla una sola parola di italiano, e il suo dialetto a volte è talmente stretto da non essere comprensibile neanche a lui. Inoltre ha gusto nel vestirsi, ci sa fare con le donne (almeno questo è quello che dice lui) e conosce un sacco di persone che io non ho mai sentito neanche nominare. Tutte queste differenze non sarebbero un problema, in fin dei conti, se lui non fosse mio fratello. Ma lui è mio fratello, e certe volte mi chiedo come sia possibile che due persone cresciute nella stessa casa e con i stessi genitori possano essere così diverse. Il bello, con lui, è che nonostante questo riusciamo a trovare quel punto di intesa che ci fa andare d’accordo, che ci fa essere complici, che ci fa volere bene e, cosa ancora più importante, essere amici. I parenti non si scelgono, gli amici sì.
E veniamo alle new entry:
partiamo da Miriam, una delle due coinquiline di Paola. Che dire? E’ di Vasto, ascolta sempre e solo i Negramaro (potrebbe ascoltarli da sola e non rompere l’anima al prossimo, ma lei no, no, ha deciso che la sua missione nel mondo è quella di triturare i maroni fino alla morte con questo pseudo-gruppo musicale...) ed è unanimemente definita come la “stronza” del gruppo. La verità? E’ terribilmente simpatica. Occhei che tritura i maroni con i Negramaro, che è di Vasto e che è la stronza del gruppo, però è davvero terribilmente simpatica. E poi apprezza le mie battute, arrivando addirittura ad anticiparmele! Lo vogliamo tenere in considerazione? Gente così non se ne incontra tutti i giorni (tutti gli altri sono già ricoverati alla Neuro, infatti). In questi tre mesi di conoscenza, da quando quel giorno ci siamo messi a guardare la Mtv aspettando che Paola si preparasse (considerate quindi un’oretta e mezza...e ho detto tutto...), abbiamo iniziato a parlare un po’ di tutto, fino ad arrivare a insultarci e a dircene di tutti i colori apertamente. Per festeggiare il capodanno io le ho consigliato di comprare i botti belli grossi e di tenerli in mano fino a quando non esplodono, e lei, per non smentirsi, mi ha regalato una caramella al cappuccino che non faceva schifo. Di più. Grazie Miriam, me ne ricorderò.
Veniamo a Marialisa, altra coinquilina di Paola. Grazie a lei ho scoperto il mondo di Nick, Rick, Brooke, Jack (Nick, padre di Jack, fidanzato con Brooke, mamma di Rick – il tutto da ripetere cento volte sempre più velocemente), e di questo non posso che esserle grato. Ogni tanto, poi, mi affaccio timidamente anche nel mondo di Cento Vetrine, ma non so se sono ancora pronto per il grande passo. Fatto è che, da quando la conosco, ho scoperto che l’insalata va condita con mooolto aceto, che un film non è un film se non c’è in mezzo la storia d’amore, che non tutte le persone amano i cani. Secondo lei dovrei cambiare completamente modo di vestire, modo di portare i capelli, modo di portare la barba. Insomma, dovrei cambiare modo. A volte sono tentato di risponderle, ma dopo averla vista sfoderare la paletta da cucina contro il suo ragazzo, ci penso sempre due volte. E poi, diciamoci la verità, come imita lei Giuliano dei Negramaro, nessun altro nel mondo.
Nino. Detto il Biondo (anche lui, sì). C’era un periodo in cui si ostinava a chiamarmi Nicola, ma dopo che la mia altezza ha giocato un ruolo chiave nel regalo per la sua fidanzata (che poi, resti tra noi, è la stessa Marialisa di cui parlavo un po’ più su), le cose tra noi sono decisamente migliorate: non mi manda a quel paese dopo che non gli ho fatto risparmiare sulla pizza e, cosa più importante, ricorda perfettamente il mio nome. Dicono che abbia un pollo di gomma con cui spopola all’università, ma io non ho ancora raggiunto quel livello di amicizia tale da poterlo conoscere. E’ bravissimo a suonare il sassofono, non parla mai a vanvera e ha anche il fisico prestante. Però non si fa beffe di un povero uomo che non sa parcheggiare, e questo lo riscatta da tutti gli orribili pregi che ha. E’ buono e caro, sì, ma se qualcuno non butta la spazzatura, si incazza come una bestia.
Giorgio. Fino a questa estate era più che altro un amico di mio fratello ma ora, complici un paio di serate al cinema e di imitazioni perfette di Batman, è anche amico mio. Se non fosse per l’influenza di mio fratello su di lui, direi che è un bravo ragazzo; anche se, da quando ho sentito certe voci su un cambiamento di rotta verso il Silvio nazionale, non ne sono più tanto sicuro. Ha diversi nomi, tra cui Biondo (affibbiatogli da mio fratello, non capisco perché), Paps (affibbiatogli sempre da mio fratello, ma questo capisco perché) e Walter Collins (affibbiatogli da me, ma non ricordo bene il perché). Da quanto mi viene riferito, dovunque va fa sempre strage di cuori. Il problema è che queste voci mi sono riferite sempre da mio fratello, il che nuoce gravemente alla sua reputazione. Da notare che è l’unico ad aver apprezzato il primo capitolo di “Apocaly(pa)pse now”; dopo avermi chiesto di scrivere il secondo capitolo, però, è stato requisito dalla facoltà di Scienze della Comunicazione e costretto all’esilio in quel di Roma. Mi dispiace per lui, ma gli sbagli si pagano.
E poi ci sono io, che sono legato a tutti loro, e che non ho ancora capito bene che ruolo ho in tutto questo. Forse nessuno in particolare, se non quello di riuscire a cogliere ogni piccolo frammento di quello che mi stanno lasciando queste persone fantastiche. E quando un giorno il tempo mi porterà lontano da questi momenti, e vivrò soltanto del peso dei miei ricordi, saprò che tutto quello che sarò in quel momento avrà piantato le sue radici nell’attimo in cui ho capito che posso essere me stesso, in quella casa così come nel mondo, con le persone di quella casa come con tutte le persone che ho incontrato nella mia vita. Perché questo piccolo pezzetto di vita, forse breve o forse no, significa qualcosa che non dimenticherò facilmente, qualcosa che, proprio nella sua semplicità, sta costituendo sempre più un tassello di me così straordinario da accompagnarmi per sempre.
















