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lunedì 28 gennaio 2013

Lunedì Botte_RedBelt

Dalle foto delle lettrici che il mio coinquilino di blog posta da queste parti, mi accorgo con piacere che il nostro blog sta acquisendo un pubblico sempre più selezionato e stimolante. Buona parte del merito, è inutile negarlo, va alla rubrica "Lunedì Botte", che infiamma i cuori dei giovani longweiani e fa accaldare le nostre giovani visitatrici.
E allora, bando alle ciance, Lunedì Botte sia!



RedBelt è un film di arti marziali, sì, ma in maniera del tutto sua.
E' un film che parla di botte, ma di quelle che si prendono nella vita. Parla di combattimento in senso lato, di tutta la filosofia che si cela dietro il mondo delle arti marziali. Praticarle non significa semplicemente picchiare duro, significa assumere una consapevolezza di sé che diventa parte integrante della vita di tutti i giorni.
Lo sa bene Terry Mike, interpretato dall'attore Chiwetel Ejiofor, ex militare, addestratore per i corpi di polizia e allenatore di una scuola di Ju Jitsu. Uomo integerrimo, con un'etica forte e rigorosa, un eroe puro in un mondo in cui corruzione e bugie sono all'ordine del giorno. Il film, scritto e diretto da David Mamet, mostra tutto quello che il combattimento è e al tempo stesso che non è, suggerendo in maniera cinica e mai didascalica le mille sfaccettature che si nascondono dietro questo mondo.
Terry è un uomo buono. Quando una giovane avvocatessa entra nella sua scuola e, inavvertitamente manda in mille pezzi una finestra con un colpo di pistola di un poliziotto che era lì ad allenarsi, l'uomo e il suo amico cercano di fare il possibile per coprire la donna dalle conseguenze  di quello che è stato, effettivamente, un incidente.
E quando Chet Frank, un noto produttore cinematografico, viene pestato in un pub, l'allenatore interviene nella rissa per prendere le difese dell'uomo. Senza sapere niente di lui. Mike sa solo cosa è giusto fare in quel momento.
Ma a questo punto, per l'allenatore, tutto cambia. Il mondo di Chet Frank entra nel suo, portando con sé tutto quello che di sporco c'è nell'ambiente dei combattimenti. Bugie, scommesse, enormi giri di soldi, oggetti rubati e rivenduti, debiti e disperazione. Business, in una sola parola. Lo stesso business da cui Terry aveva sempre cercato di fuggire. Lo stesso Business che lo vedrà costretto a salire su un ring fatto di combattimenti truccati e corruzione. Lo stesso Business che lo vedrà costretto a vivere un dramma che sembra rinnegare tutti i suoi stessi insegnamenti.
Mike viene tradito. Le sue idee sul metodo di insegnamento gli vengono rubate per essere stravolte, le sue azioni, compiute in buona fede e per aiutare chi gli è amico, vengono manipolate per metterlo con le spalle al muro, il fascino dei soldi (e della ruota che gira, per dirla con le stesse parole del film) coinvolgono e allontano da lui chi dovrebbe essergli più vicino.
"Non c'è situazione da cui tu non possa scappare" ripete spesso e volentieri l'allenatore.
E quando, di fronte alla scoperta che anche il proprio incontro era deciso a tavolino e lo vedeva vincitore, Mike capisce di essere finito in una situazione senza via d'uscita. Ci penserà la giovane avvocatessa - nel frattempo diventata sua "allieva" - a fargli ritrovare il contatto con se stesso, con quell'Io più puro che nessuno avrebbe mai potuto costringerlo a tradire. E Mike non lo tradisce, combattendo, così come gli era stato chiesto. Ma secondo le proprie regole: con onore, lealtà, fuori dal ring corrotto, riuscendo a portare l'attenzione della folla verso una lotta senza compromessi, ritrovando così il proprio riscatto di fronte a chi fino a quel momento aveva deriso il suo modo di concepire le arti marziali.



In un'ultima, emozionante scena muta, Mike viene insignito della Cintura Rossa, il 10° Dan del Ju Jitsu, il riconoscimento più importante di questa pratica.
Mike ritrova se stesso, percorrendo una personalissima Walk of Fame che ha però tutto il sapore amaro di appartenere a un mondo che si è da tempo allontanato dall'essenza di quello per cui era stato concepito: arti marziali come filosofia di vita, Ju Jitsu come arma non per combattere ma per difendersi e proteggere la propria integrità. Integrità che l'eroe riesce a tutelare, perdendo però tutto il resto. A caro prezzo, per restare in tema di soldi. C'è sempre una speranza, però, e Mike lo sa bene. Forse non sempre tutto può essere riconducibile al Business.
Viene spontanea la risposta alla domanda di rito, quindi: avrebbe potuto Long Wei calarsi nei panni di Mike Terry? Ovviamente sì, i due condividono la stessa integrità morale e sono guidati dallo stesso credo. Long Wei, proprio come l'allenatore di Ju Jitsu, mette la corporeità delle arti marziali al servizio della propria spiritualità, e viceversa.
Forse Long Wei non ha ancora raggiunto quella piena consapevolezza di sé da ritenersi degno di allenare e gestire una scuola. I suoi fantasmi sono sempre alle porte, rendendolo a volte più fragile e vulnerabile di quanto voglia essere. Ma il ragazzo è sulla buona strada, in fondo. "Non c'è situazione da cui tu non possa uscire", gli direbbe Mike Terry, se solo i due potessero incontrarsi.

Avete visto:

RedBelt
di: David Mamet
con: Chiwetel Ejiofor, Emily Mortimer, Alice Braga, Tim Allen, Joe Mantegna
USA, 2008

Prossimo appuntamento con Lunedì Botte sul blog di Stefano!

Un grazie a Michele Monteleone per la locandina e il supporto morale!
Un grazie a quel tipo dai capelli lunghi e il cappotto simile al mio, meglio noto come "The Lord of the post-it", per avermi consigliato il film in questione.

lunedì 31 dicembre 2012

Lunedì Botte_Dalla Cina con furore

 
 

Quarant’anni e non dimostrarli.
Perché che si voglia considerare l’anno di uscita a Hong Kong o quello in cui fu proiettato per la prima volta nelle sale cinematografiche italiane, la sostanza non cambia: Dalla Cina con furore è – e resta – uno dei capisaldi del cinema di arti marziali di cui nessuno può e deve fare a meno.
Uscito nel 1972 a Hong Kong e nel 1973 in Italia, per la regia di quel famoso Lo Wei il cui nome ricorderà di certo qualcuno di nostra conoscenza, il film ha per protagonista l’attore che forse più di tutti è associato al Kung Fu: Bruce Lee.
Sulla carriera cinematografica di Bruce Lee ci sarebbe tantissimo da dire. Dai suoi primi ruoli, avuti quand’era giovanissimo, ai successi ottenuti a Hong Kong: il percorso dell’attore – che unisce all’allenamento fisico un cammino interiore e personale – è sempre stato costellato di traguardi che ne hanno fatto una star di livello internazionale.
Il suo stile di combattimento, libero da qualsiasi classificazione e aperto verso qualsiasi tecnica (comprese quelle occidentali), lo ha reso uno dei punti di riferimento per tutti gli appassionati del genere. Agilità, velocità, forza e tonicità, unite a una ferrea disciplina interiore, sono le caratteristiche principali che lo hanno sempre contraddistinto.
Dopo numerosi film e numerosi ruoli in terra americana, è nel 1971 che Bruce Lee trova la via del successo mondiale: ottiene finalmente il ruolo di protagonista in due pellicole che segnano per sempre il ruolo delle arti marziali nel cinema: Il furore della Cina colpisce ancora e, un anno più tardi, Dalla Cina con furore.
Entrambi i film rientrano a pieno diritto nel filone gongfu¸ genere ad alto tasso di arti marziali e vendetta. Ed è proprio sulla vendetta che si basa Dalla Cina con furore.


 Siamo a Shangai, anno 1910, e i rapporti tra cinesi e giapponesi non sono propriamente rosei. La città è diventata una colonia in cui i giapponesi – visti come invasori – la fanno da padrone. La storia affonda le proprie radici in due eventi, il primo storicamente documentato e il secondo che si intreccia al mito. Ma entrambi, in egual modo, rendono perfettamente l’idea di quello che era il sentimento di rivalsa e di riscatto di cui il popolo cinese sentiva il bisogno.
Il primo, quello tristemente reale, si rifà al cartello apposto all’ingresso dei parchi pubblici in cui compare la scritta “Vietato l’ingresso ai cinesi e ai cani”; il secondo, più legato al mito, riguarda la morte del maestro di arti marziali Huo Yuanjia.
Morte di cui vengono accusati i membri di una scuola di karate. Giapponesi, appunto, uomini capaci di profanare il funerale del maestro portando in “dono” un cartello con su scritto “Cinesi marionette dell’Asia”.
Facile capire, già da questi pochi frammenti di storia, come nel film la contrapposizione tra i due popoli venga osservata assumendo una posizione chiara, in cui il punto di vista si sposta completamente sulla soggettiva del popolo cinese. I karateki giapponesi non sono soltanto gli usurpatori, ma sono coloro che dissacrano uno dei momenti più importanti e dolorosi della scuola con un atto oltraggioso e gratuito.
Ma c’è un problema, almeno per loro. Un problema che si chiama Chen Jeh , il campione della scuola. Chen, interpretato da Bruce Lee, vuole rendere giustizia al torto subito con una replica che lascia adito a pochi dubbi. In una scena che è diventata leggendaria, in un combattimento con tanto di nunchaku  e che vale assolutamente la pena vedere.


 

In un certo senso, è proprio lui a dare inizio alla spirale di violenza che si scatena subito dopo. I karateki, punti sul vivo, rispondono con  una rappresaglia in cui a rimetterci sono gli allievi della scuola, quei fratelli – come lui stesso li definisce – per cui Chen aveva combattuto. Sotto questo punto di vista, la figura di Chen è tratteggiata con caratteristiche che lo collocano su una pericolosa linea di confine. Non esiste una distinzione netta: il personaggio interpretato da Bruce Lee è un eroe che sì è dalla parte dei buoni, ma che cerca la vendetta con metodi non sempre eticamente corretti. Le sue scelte sembrano essere dettate più dall’istinto che dal raziocinio, comportamento che lo porterà a diventare un fuggiasco ricercato non solo dai proprio amici ma anche dalla polizia.
Ma poco importa. Chen rappresenta lo spirito della vendetta, finalmente la riscossa nei confronti dei mille soprusi subiti dal popolo cinese. La violenza è la risposta più diretta – e in un certo senso genuina – a chi punta a sconfiggere l’avversario mediante sotterfugi e inganni. Perché come si scopre circa a metà del film, a uccidere il Maestro Huo Yuanjia sono stati proprio i membri della scuola rivale. E perché, in un certo senso, quando Chen prende a calci e distrugge il cartello con su scritto “vietato l’ingresso ai cinesi ai cani”, in realtà è un intero popolo che lo sta distruggendo con lui.
I combattimenti rendono perfettamente il senso di questo scontro ideologico. Dal primo e già citato combattimento con il nunchaku alla sfida contro la katana del Maestro Suzuki, passando per la lotta tra gli allievi nella scuola di arti marziali allo scontro con il campione russo Petrov. La spettacolarizzazione della lotta, cui Bruce Lee ha sempre tenuto, viene esaltata non solo dagli scontri che vedono coinvolti il protagonista, ma anche in quelli corali che assumono i toni di vere e proprie coreografie.
La scena finale, in cui Chen si consegna alla giustizia tra la folla che lo acclama come eroe, è una sintesi perfetta di quello che rappresenta il personaggio di Lee. Il riscatto del protagonista, che si sacrifica per i propri fratelli e per la donna che ama, avviene con una coerenza perfetta rispetto a quanto mostrato finora: Chen non subisce passivamente, ma si consegna alle forze dell’ordine lanciandosi in un calcio a mezz’aria su cui si concentra l’ultima zoomata del film. La pellicola finisce  così, senza mostrarci l’eroe “sconfitto”. Perché il Furore della Cina non è stato battuto, e forse in un certo senso non si è mai consegnato alla polizia. E’ sempre rimasto lì, a mezz’aria, proteso in un calcio che travolge tutto come una furia.





E ora la domanda cruciale? Long Wei avrebbe potuto interpretare il ruolo di Chen?
Ovviamente sì. Perché lo stile di combattimento di Bruce Lee – e quindi dei suoi personaggi – è libero, basato sulla velocità e sull’agilità. Proprio come quello di Long Wei.
Perché Chen è assetato di vendetta, e fa del suo meglio per aiutare i più deboli. Proprio come Long Wei.
Forse Long Wei non arriverebbe ai metodi drastici di Chen, ma si tratta puramente di una questione di forma. Nella sostanza, i due si assomigliano. E anche parecchio.
 

Dalla Cina con furore
Di: Lo Wei
Con: Bruce Lee, Nora Miao, James Tien, Maria Yi, Robert Baker, Riki Hashimoto.
106 minuti.
Hong Kong, 1972
 

Appuntamento con Lunedì Botte tra una settimana sul blog di Stefano per la recensione di Hero!
 

lunedì 10 dicembre 2012

Lunedì Botte_Police Story


Di Lunedì Botte ne ho già parlato qui.
Le prime due recensioni le trovi qui e qui.
Il tutto con la gradita collaborazione di Bloodbuster, dove potrete trovare i film recensiti e molto di più.


Prima di parlare del film di questa settimana, un Jackie Chan d’annata, è giusto che il mondo venga messo al corrente di come sono davvero andate le cose. Perché noi di Long Wei ci teniamo a fare tutto per benino, e quando recensiamo un film del buon caro vecchio Jackie ci premuriamo sempre di contattarlo e parlarne prima con lui.
Vi risparmierò il resoconto dell’incontro tra me e il buon Jackie dalle parti di Via Paolo Sarpi a Milano, che – inutile dirlo – è stato tutto un “ti voglio bene, fratello” e pacche sulle spalle come se piovesse. In questa sede mi sembra d’obbligo, però, riportare qui un’immagine significativa dell’entusiasmo dimostrato dal mio amico quando ha saputo che sarei stato io a recensire un suo film.


Ma veniamo a noi.

Non un film qualsiasi, a dirla tutta. Uno di quei film che hanno proiettato Jackie Chan nell’olimpo dei divi di arti marziali del periodo post Bruce Lee. Un film che ha avuto ben quattro seguiti, che ha incassato come pochi altri e ha rimarcato la versatilità del protagonista, a suo agio nel passare dai toni hard-boiled a quelli comici senza mai perdere la sua bravura nel menare le mani.
Il film in questione è Police Story, datato 1985 e figlio della grande produzione cinematografica di Hong Kong, che vede alla regia lo stesso Jackie Chan.
Il protagonista è l’ispettore di polizia di Hong Kong Chan Ka-Kui (interpretato appunto da Jackie Chan) il quale, dopo essersi distinto in un’operazione contro un potente trafficante di droga, viene incaricato di proteggere la testimone chiave del processo: la segretaria del trafficante in questione.
Ma le cose non sono così semplici: la testimone scappa (non dopo aver creato un bel caos nella vita amorosa del protagonista), Ka-Kui viene accusato dell’omicidio di un poliziotto e si ritrova così a dover dimostrare la propria innocenza. Oltre a cercare di fare pace con la propria fidanzata, di ritrovare la testimone, di sgominare gli scagnozzi del trafficante e di farlo arrestare. Facile, no?
In Police Story  nessun combattimento è fine a stesso o isolato, slegato dal contesto in cui avviene. Le scene di lotta sono tutte spettacolari, e anche quelle in cui non ci sono combattimenti hanno un impatto visivo fortissimo (memorabile, su tutte, la scena in cui Ka-Kui prende al volo un autobus appigliandosi a un ombrello – scena che mi ha convinto del tutto a voler comprare un ombrello a Hong Kong).


Ogni luogo, ogni pezzo di arredamento, ogni struttura architettonica è funzionale e diventa parte integrante della lotta. Jackie Chan sfrutta la propria abilità nelle arti marziali integrandola – e quindi ampliandola – grazie all’uso di ciò che lo circonda. In un tutt’uno che dimostra come l’unione con l’ambiente circostante sia sinonimo di forza e armonia.

Nel film, come si diceva, i registri narrativi spaziano dal noir alla commedia, in un susseguirsi di momenti drammatici e intermezzi comici in cui l’attore mostra tutto il suo talento. Si ride, soprattutto nella parte centrale, subito dopo una rocambolesca scena iniziale che tiene con il fiato sospeso per tutto il tempo e subito prima di un violento combattimento in un centro commerciale.
E poi titoli di coda. Che nei film di Jackie Chan non sono mai secondari. Non comuni bloopers – ma sì, anche quelli – ma spezzoni dei combattimenti e scene di azione del film. A rimarcare una caratteristica fondamentale.
L’attore non usa mai stuntman.

Viene tutto interpretato da Jackie Chan. Tutte le scene di azione, anche le più pericolose, sono appannaggio dell’attore stesso. È lui il primo a prenderci le botte.


In Police Story, la bravura dell’attore e il rischio a cui si sottopone emergono con forza proprio durante la scena finale. Quando i vetri, gli specchi, le scale mobili e i fili elettrici del centro commerciale diventano coreografia di un combattimento in cui il suo Kung Fu irrompe in maniera netta.

C’è un momento ben preciso, durante questa scena, un momento in cui viene espresso chiaramente quello che rappresentano le arti marziali. Subito dopo aver picchiato, essere stato picchiato e aver fatto fuori i cattivoni, Jackie Chan fa una cosa.
Trattiene la sua rabbia.
Si trova faccia a faccia con il nemico, quel trafficante di droga che stava inseguendo dall’inizio. Diventa furioso, le sue vene si gonfiano, i suoi muscoli vorrebbero esplodere. Ma tutto si trattiene. Lui, Jackie Chan, trattiene la rabbia.
Poi però fa un’altra cosa, prende a pugni il suo nemico scaricando tutta la sua furia. Ma è solo per un attimo. Un attimo che incastra quella rabbia trattenuta poco prima tra il combattimento da eroe e il momento di debolezza umana. A metà, a unire i due poli, c’è tutto quello che rappresenta il Kung Fu.

E ora la domanda fatidica. Potrebbe Long Wei interpretare la parte dell’ispettore Ka-Kui? Potrebbe. 
Potrebbe perché i toni del film alternano un registro più  umoristico a uno più impegnato, proprio come succede nella serie di Long Wei. Potrebbe perché, come Ka-Kui, Long Wei fa dell’ambiente che lo circonda uno strumento fondamentale per sconfiggere il nemico. Potrebbe, perché per quanto riguarda l’ambito femminile, i tratti da simpatico imbranato di Ka-Kui non sono poi così distanti dall’eroe di Paolo Sarpi.
Ma.
C’è un ma che fa la differenza tra il “potrebbe” e il “può”. Ka-Kui è un ispettore di polizia, una figura ufficiale, un personaggio che non ha nessun problema ad apparire in televisione o in una conferenza stampa. Il suo ruolo è ben preciso, delineato. Ufficiale.
Tutto ciò che il Nostro protagonista non è.
Long Wei agisce nell’ombra, nascosto, sfuggente a qualsiasi riconoscimento o incarico ufficiale. È un eroe silenzioso, al contrario di Ka-Kui.
Anche se, quando picchiano, entrambi sanno fare un bel rumore.

Police Story
di Jackie Chan
Con Jackie Chan, Maggie Cheung, Bill Tung, Charlie Cho, Hark-On Fung.
90 min.
Hong Kong, 1985

Si ringraziano il Kota per il banner e il sito Jackie Chan - Living Legend per le immagini.

Il meme in alto è frutto di un’accurata documentazione su: http://memegenerator.net/Jackie-Chan
E no, purtroppo non mi sono visto davvero con Jackie Chan. Ci siamo solo sentiti per telefono.