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giovedì 21 aprile 2011

Cambiamento


In tutti gli ambienti lavorativi arriva il momento in cui il capo viene licenziato, da uno più in alto di lui, o magari sostituito da quella progenie che ha già tutto e vuole avere sempre di più. E accade che un vecchio ottuagenario amato dai suoi dipendenti venga destituito dal figlioletto o dal nipotino avido e bastardo che ha il solo interesse di guadagnare di più. E allora via ai dipendenti che non si inginocchiano al suo cospetto, mentalmente e fisicamente. Via ai galoppini che non gli danno ciò che ha richiesto, via alla segretaria che non si concede in un certo aspetto e così facendo via a tutti quelli che non la pensano come lui. E anche se ne troverà pochi con i suoi stessi pensieri sarà sempre circondato da gente che lo vuole bene, o più che altro vuole bene al suo portafogli che presto o tardi si sgonfierà. E in tutti gli ambienti lavorativi ci sono momenti di cambi al vertice, anche nel mio. E' accaduto. E accadrà ancora in futuro.

Alla fin fine son sempre stato un libero professionista, bisogna dirlo, uno che veniva pagato a lavoro e chiamato da più parti. Sinceramente non sono mai stato così stupido da andare prima da una specifica famiglia e poi da un'altra, sicuramente non sarei vissuto così a lungo. Indi se trovavo posto in una certa organizzazione, cercavo sempre di accontentare solo quella organizzazione e ne ho visti tanti di capi messi a tacere da un paio di pallottole. Ne ho visti di pentiti avere incidenti misteriosi, ne ho visti di famiglie costrette all'esilio prima che arrivasse qualcuno a finire il lavoro. Ho visto tante cose, nel mio lavoro. E oggi vado a raccontarvene un paio.

Quando sei il miglior assassino sulla piazza può capitare che un giorno o l'altro un tipo, chiamiamolo Enrico, ti chiami e ti dica di togliere di mezzo, non si sa come non si sa dove, un certo altro tipo, chiamamolo Vittima. Io acconsento, prendo il denaro anticipato perchè non sono certo l'ultimo arrivato dato che ho una discreta lista di lavori ben eseguiti e mi metto all'opera. Vittima diventa la mia vittima in un paio di giorni ed Enrico è contento. Passa un anno che lavoro a stretto contatto, diciamo un paio di casi al mese, con lui e mi ritrovo, un giorno, un'altra chiamata. E' Paolo, che mi ricordo essere il galoppino di Enrico. Mi dice che c'è stato un cambiamento epocale nella famiglia, che Enrico ormai è diventato un pentito e che c'è bisogno di me. Ora, mettetevi nei miei panni, anche se non sono una persona con una rigida morale è normale sentirsi un po' a disagio. E' stato pur sempre una specie di capo per circa un anno. E comunque è così, confermo la notizie dalle mie fonti attendibili e tolgo di mezzo il povero Enrico. Che tanto povero non è mai stato ma che doveva aspettarsi questa degna conclusione della sua esistenza quando ha iniziato a lavorare nel sistema. Succede, purtroppo, ma succede. Se lavori in una grande ditta di fast-food per, diciamo, cinque anni e poi vai nell'azienda concorrente e spiattelli tutto su come si cucina, su cosa si fa di sbagliato e altre robe, accade che l'azienda dove lavoravi prima ti licenzia e poi ti denuncia. Qui le denuncie, in questo ambiente in cui lavoravo, non esistono. Si risolve tutto in modo più semplice. Due colpi, tre per sicurezza, e il gioco è fatto. Altro che rimpasto di governo dove alla fin fine rimane la stessa gente che continua a rubarsi ancora gli stessi soldi che si ruba sempre.

Ma la storia che vi ho raccontato pocanzi è quella solita che accade. Ci sono casi straordinari che possono succedere e ve ne vado ad elencarne uno specifico. Qualche annetto fa c'era questo figlio del capo che chiameremo Lucio. Aveva al massimo vent'anni e voleva fare il medico. Che, sinceramente, è un mestiere redditizio ma dipende sempre come lo fai, dove lo fai, e con che rigore morale lo fai. Comunque aveva un sogno che era soprattutto quello di abbandonare le orme paterne. Il padre lo sapeva ma lasciava stare, è sangue del suo sangue e sapeva che qualunque sogno potesse avere alla fin fine avrebbe sempre subìto il fascino del potere. E così fù dopo alcuni esami sbagliati a medicina che lo portarono ad avere ventiquattro anni e ancora nessun pezzo di carta in tasca. Dopo una piccola crisi entrò dalla porta principale nell' "azienda" del padre. Iniziò come semplice contabile e poi salì mano a mano la scala evolutiva. Il padre iniziò ad essere veramente fiero di lui ma, si sa, quando una persona nasce tonda non muore quadrata. Lucio non era fatto per quel mestiere, Lucio aveva altre idee in testa, Lucio era una persona fondamentalmente buona, d'altronde non si era mai sporcato le mani nei suoi due anni di lavoro col padre. E accadde che a ventisei anni conobbe Lara. Era bella Lara, troppo bella. Una tipica bellezza meridionale che spruzzava erotismo da ogni poro. Lucio la conobbe una sera, in un bar e iniziarono a parlare. E dalle parole si passò alle cene, alle passeggiate mano nella mano, alle notti d'amore in una mansarda in centro al terzo piano. Bella cosa se lei non fosse stata una poliziotta. Ma lo era. Ed era anche piuttosto brava nel suo lavoro. Non ci volle molto per tutti e due scoprire le loro rispettive occupazioni. E Lucio era completamente perso per lei, indi decise di lasciare padre, famiglia e "azienda" e togliersi tutti i pesi che aveva sullo stomaco. La notizia girò e arrivò alle orecchie del padre che, a malincuore e piangendo, mi chiamò. Ora, non sono un tipo che và fiero del proprio lavoro passato. Sincermanete non me ne vergogno neanche, era un lavoro per me. D'altronde tutti alla fin fine emettono sentenze di vita o di morte sulla gente. Un manager che licenzia una ragazza all'ottavo mese di gravidanza le uccide il futuro senza fregarsene. Un affarista che licenzia metà dei suoi dipendenti per trasferire la sua azienda all'estero, dove la manodopera costa meno, è un assassino che non si sporca le sue mani di sangue, ma non ha nulla di diverso dal sottoscritto. Nulla. Per questo una sera feci ciò che mi avevano ordinato di fare. Lucio quella sera sparì. Venne ritrovato cinque giorni dopo senza vita in una canale di scolo. Lara era distrutta, completamente. Si buttò anima e corpo sul lavoro. In cinque mesi aveva messo in prigione tutta l'intera famiglia, l'unico che non è mai riuscito a prendere è stato l'esecutore materiale della fine del suo amore: il sottoscritto. Ma successivamente riuscì a vendicarsi, in un certo modo. Ma di questo vi parlerò un'altra volta. Oggi ho già scritto tanto e, se permettete, quelle patatine non si friggeranno certo da sole.

mercoledì 13 aprile 2011

Ritorno


Lo so, è oltre un mese che non mi faccio sentire ma succede. Non è colpa mia. Mi hanno detto di scrivere ma non mi hanno dato una scadenza, indi scrivo quando ci riesco, quando ce la faccio, quando ho qualcosa da dire. E ora sono a metà strada. Dopo l'accettazione, il ricordo, l'emozione, il rancore e il dolore ora si passa ad un nuovo stadio: il ritorno.

Ci eravamo lasciati che avevo rivisto Katia e che lei non mi aveva riconosciuto. Ovvio, ho cambiato leggermente aspetto dall'ultima volta che mi aveva visto. Comunque le ho regalato una mimosa, le ho dedicato una poesia e le ho detto chi sono, dopo alcuni giorni che ci siamo visti così, a "sorpresa", dentro il fast-food dove lavoro. Ha pianto quando gliel'ho detto, ha pianto molto. Mi ha abbracciato forte e mi ha chiesto scusa per tutto il male che mi aveva fatto, io sinceramente non ce la faccio a vedere una donna piangere, eppure dovrei essere abituato, e ho cercato di calmarla ma niente, ha continuato a lacrimare senza fine. Ci siamo raccontati le nostre vite passate e quelle attuali, io le ho mentito, e me ne vergogno, ma non posso rivelarle cosa ero diventato e come ne sono uscito. E devo anche spiegarle il perchè qui mi conoscono tutti come "Tommaso" pur non essendo quello il mio reale nome. Ma ci penserò quando accadrà, ora vi devo solo rendere partecipi della mia gioia e del mio dolore.

Ve l'ho detto in passato di quanto amassi Katia no? Ed è difficile, per un uomo, dimenticarsi del suo primo amore. Ci siamo passati tutti, lo so. Anche se la nostra prima ragazza è orrenda caratterialmente, appena la perdiamo, ci sentiamo vuoti, distrutti, completamente a pezzi. E con lei è stato così, sono stato anni e anni a cercarla per mari e per monti dopo che successe quel brutto fatto e ora l'ho trovata qui, quando ormai avevo smesso di cercarla, avevo smesso di sperarci, avevo ormai chiuso mentalmente con le donne. Sì, perchè ne ho avute di donne nella mia vita e sono sempre più convinto che Katia sia stata la migliore, pur avendo avuto i suoi difetti abbastanza evidenti. Non è da tutte prostituirsi per un grammo di roba, lei lo faceva, e io questo difficilmente glielo perdonerò mai. Comunque ho visto di peggio e ve lo racconto.

Dopo di lei, in passato, incontrai Laura. Corpo perfetto, intelligenza sopra la media(c'ho sempre avuto un pallino per le "secchione"), modella. Una che prendeva molto sul serio il suo lavoro, pur non essendo una di quelle che volano da Parigi a Milano a New York per sfilate su sfilate. Laura era una modella solo regionale, un paio di sfilate a settimana, niente di più. E tutto per stilisti che non sapevano neanche abbinare due colori. Molte agenzie di moda le proposero meravigliosi contratti internazionali se solo si fosse concessa un po' di più, ma lei rifiutò. Aveva dei princìpi, Laura. Peccato che iniziò a pensare che i motivi dei suoi insuccessi(che poi "insuccessi" è una parola grande, alla fin fine guadagnava quanto un operaio lavorando nove-dieci giorni al mese) fosse il suo peso "eccessivo". Sinceramente aveva una bella taglia 44, una taglia da donna italica che fa girare la testa ai maschietti. Un bel fondoschiena, dei bei fianchi e una terza di seno che mi donava gioia, bisogna dirlo. Ma lei no, era convinta di essere troppo grassa e iniziò la sua personale dieta. Una dieta dal quale non si riprese più. Cercai di aiutarla come potevo, la rinchiusi anche in un centro per il recupero di bulimici ed anoressici. In quel centro si suicidò. E non ho mai dato la colpa a nessuno, nemmeno a lei, solo al sottoscritto. Forse l'amore che le ho dato era troppo poco, o troppo per quanto lei ne potesse ricevere.

Dopo Laura fù il turno di Ester. Una biotecnologa che, sinceramente, ancora oggi non ho capito cosa effettivamente facesse. Diceva che lavorava in laboratorio e io immaginavo solo che tormentava con siringhe e altre robe, dei poveri topolini. E poi parlo proprio io che uccidevo la gente. Comunque era una bellezza non appariscente. Le sue forme ce l'aveva, era bassina, con un sorriso che mi scioglieva e con solo un piccolissimo problema: era paranoica. Per lei tutto il mondo era una congiura contro di lei, tutte le persone la guardavano male in mezzo alla strada, tutti i suoi colleghi la volevano far licenziare. E ci riuscirono, secondo lei. Ma, secondo il mio modesto parere, mischiare tutte le soluzioni che avevano in quel laboratorio e far esplodere l'ufficio del capo, non è un bel modo per farsi degli amici sul lavoro. La licenziarono, e lei licenziò me dopo poco. Disse che si sentiva anche eternamente giudicata dal sottoscritto e andò per la sua strada. Trovò un ragazzo, alcuni anni dopo, che la picchiava ogni giorno, e questo mi dispiaceva. Dissi ad un mio amico di occuparsi della cosa, lui tolse di mezzo il tipo(non vi preoccupate: non morì, si fece solo qualche mese di ospedale) e si innamorò di lei. Ora sono sposati e vivono felici. Un perfetto finale da fiaba.

Dopo Ester e i suoi problemi, ci fù Sandra. Che mi fece perdere la testa come Katia. Sandra era la donna perfetta, se così si può definire. Non il tipo di donna perfetta che pensate voi, magari brava in cucina, servizievole e ottima casalinga, lei era la donna perfetta per me. Lavorava di notte, presso l'ospedale cittadino, era infermiera. Indi andava benissimo con i miei orari da lavoratore notturno, le dissi che ero un magazziniere al porto per giustificare i miei orari. Era bionda, e ho sempre avuto un debole per le bionde. Era poco curiosa e ciò mi portava ad inventare ben poche bugie per mantenere la mia identità. E soprattutto era una di quelle donne che in camera da letto viveva solo per il piacere del proprio uomo. Sia ben chiaro che non me ne approfittavo e che ho sempre pensato che l'amore si facesse in due, ma lei era troppo. Troppo per me e conosceva molte ma molte cose che io non avevo nemmeno mai sentito nominare. Siamo stati insieme un anno, ed è stato un anno in cui sul lavoro ero sempre calmo e rilassato. Uccidevo con gentilezza e non lasciavo mai niente in sospeso. Ero felice. Poi una notte, per caso, uccisi un tizio che stava davanti allo schermo del pc di casa sua. Visionava quei siti per adulti che a tutti voi maschi piacciono tanto. E chi c'era? Sandra. Con degli stivaloni enormi che frustava un tipo. E faceva ben altre cose con altri due tipi. Quello era il suo lavoro notturno, altro che infermiera. Le chiesi se mi avesse mentito solo su quello o anche su altro. Mi rispose di no, che il nostro amore era sincero e che le piaceva troppo il suo lavoro per poterlo lasciare. La capii, ma la lasciai lo stesso. Ora è in America. Ha vinto premi su premi nel suo mestiere. Capisco chi l'ha votata, era veramente brava.

E poi ci sono state Samantha, Erika, Natalia e tante altre, ma di queste ve ne parlerò un'altra volta o forse mai. Ora vi dirò cosa è accaduto con Katia, in poche semplici parole.
Mi ha baciato dopo che aveva pianto per ore. Siamo andati a casa mia e abbiamo fatto l'amore, una, due, tre, quattro volte. La passione ci è scoppiata dentro manco fossimo stati per decenni in una camera iperbarica senza incontrare anima viva. Io e lei insieme ci sentivamo benissimo, ci sentivamo in paradiso, ci sentivamo a casa. Poi si è alzata e ha ricominciato a piangere. Ha detto che tornava a casa sua. Dove c'è un ragazzo che l'ha amata fin da quando è uscita dalla comunità, che gli ha regalato due splendidi bambini, e che la stima e la rispetta per quello che è. E lei ama lui, questa giornata con me è stata solo un momento di sbandamento. E forse un giorno gliel'ho dirà, sperando nel suo perdono. L'ho guardata andare via senza aver potuto fare niente. Nove mesi dopo lei ha messo al mondo un altro bambino che, a dirla tutta, credo mi somigli. Forse son riuscito a mettere al mondo un erede, o forse no. Poco importa. Sicuramente lui non saprà mai chi ero io, mi basterà sapere, però, che lei non dimenticherà mai chi sono io.

E sei. Siamo a metà strada...

lunedì 7 marzo 2011

Dolore


Buongiorno a tutti. Mi chiamo Tommaso, sì, sono sempre il solito. Sinceramente oggi non avevo voglia di scrivere e parlare di me ma mi hanno ordinato di farlo ad intervalli brevi, e l'ultima volta che l'ho fatto era un bel po' di tempo fa. Siamo al quinto passaggio. Dopo di questo ne mancheranno altri sette. Nemmeno a metà sono arriviato indi è giunto il momento di riprendere la via, la scia che mi hanno tracciato prima della conclusione. Vi dirò esattamente cos'è tutto questo percorso alla fine. D'altronde si dice sempre che l'importante non è la destinazione ma il viaggio. Per questo non inventano il teletrasporto, si perderebbe il gusto del viaggio. E soprattutto ogni volta che ti teletrasporti è come se uccidessi te stesso per ricomporti altrove. Ma ad ogni viaggio saresti un nuovo te stesso. Son cose che ti fanno pensare, se non hai niente da fare.

Comunque devo scavare nei ricordi ancora una volta e non mi costa sta' grande fatica. D'altronde con i ricordi ci si vive e fanno parte di noi sempre e comunque. E' dalle vecchie esperienze che si diventa ciò che si è. Io sono diventato ciò che sono adesso, un venditore di hamburger, perchè ho fatto scelte in passato che mi hanno portato qui. Potevo fare scelte differenti? Eccome. La mia vita è stata costellata di ottime e pessime scelte, ma se iniziamo a pensare alla miriade di futuri alternativi si passa notte e non arriviamo a niente. Il mio pensiero è che ad ogni nostra scelta epocale si vive uno dei futuri possibili, e in un'altro posto, un altro me, starà vivendo il futuro alternativo. E' una bell'ipotesi affascinante. Un giorno di questi la propongo a Stoccolma per il Nobel. Non sia mai che vinco. E la cosa bella è che la potrei anche dimostrare. Basta che vado là e dico "in questo futuro non mi avete accettato, ma in un altro state dicendo di sì". Come io non posso dimostrare di avere ragione, loro non possono dimostrare che io abbia torto e il Nobel è nelle mie mani in mezza giornata. Con tutto il cospicuo assegno che ne deriva. Ovvio.

Le scelte ci fanno diventare ciò che siamo. Io ho scelto di avere una ragazza, lei ha scelto di rovinarsi la vita, io ho scelto un lavoro alternativo, gli eventi hanno portato a farmi scegliere la vendetta, e così via. Tutto gira come una ruota o un serpente che si morde la coda. Ma oggi devo parlarvi di altre scelte. Di quelle che possono fare male psicologicamente e mentalmente.

Purtroppo non posso dirvi dove risiedo adesso e dove risiedevo prima. E' segreto, mi dicono. Non si deve rivelare, aggiungono. Indi non posso parlarvi di luoghi specifici, ma raccontare sempre per sommi capi tutti i miei avvenimenti. O dare nomi fittizi a posti e personaggi, come ho sempre fatto fino ad ora. Che è un modo per tutelarmi, dicono, ed è meglio starli a sentire.

Non sono un tipo che ha mai sopportato le gerarchie ma, ai tempi in cui lavoravo nell'ambito degli assassinii, calavo la testa, chiudevo la bocca e lavoravo. Ed ero bravo, ve lo giuro, ero fottutamente bravo. C'è chi nasce per suonare, chi nasce per scrivere, chi per giocare a calcio o tagliare legna. Io ero nato per uccidere e non dico che mi piacesse ma sapevo fare abbastanza bene il mio lavoro da esserne soddisfatto. I miei "datori di lavoro" erano tipi dai modi spicci. Dicevano cose semplici del tipo "vai lì e accoppa questi", oppure, "vai in quell'albergo e impicca il tipo come se fosse un suicidio", oppure ancora: "questo devi farlo soffrire e filmare il tutto", e robe del genere. Sinceramente in quest'ultimo caso non andavo talmente fiero di ciò che facevo ma è lavoro, diamine, c'è chi inganna piccoli risparmiatori per decine di anni e poi li riduce sul lastrico e non si sporca mai le mani di sangue, io uccidevo solo gente che, secondo me, se l'era andata a cercare. Almeno così pensavo, fino ad un certo punto. Poi è facile cambiare idea quando ti trovi di fronte a qualcosa che non ti saresti mai aspettato.

Era inverno, non so perchè ma le cose importanti della mia vita sono accadute sempre nei periodi freddi, era buio e la città era deserta. Il mio contatto mi aveva semplicemente detto di andare in un certo condominio ad un certo numero civico e accoppare il padre di famiglia. Il piano era semplice, troppo semplice. La sua famiglia non era in casa, così non dovevo preoccuparmi per eventuali bambini in giro, così da chiudere il lavoro in una mezz'oretta scarsa. Entrai dalla finestra al secondo piano dopo aver scassinato la porta dell'appartamento vicino. Caso voleva che fosse un'abitazione sfitta e, da ciò che vidi, molto apprezzata dalle coppiette occasionali del palazzo. Il pavimento era gremito di preservativi. Uno spettacolo decisamente schifoso pure per il sottoscritto, abituato a ben altro. Comunque vado sul balcone e pian piano entro nell'appartamento della futura vittima. Lo trovo intento a parlare a telefono con non so chi, in camera da letto, è visibilmente agitato.

Farfugliava parole come "lo so che sono il prossimo", "ho dei princìpi pure io, però", "quando arriverà secondo te?", "dici che ho il tempo di andarmene via?", "i ragazzi sono fuori città e ci rimarranno". E cose del genere. Normalmente me ne sarei fregato dei vaneggiamenti di un futuro deceduto, ma in quella particolare serata sentivo che c'era qualcosa che non andava. Entrai, mi presentai arma in pugno e gli chiesi chi fosse e perchè si aspettasse la mia visita, dato che era palese che aveva paura, tanta paura. La sua semplice risposta fu: "io ero te".

Si chiamava Luigi, o meglio:questo è il nome che mi sono inventato per lui, e aveva fatto fino a poco tempo prima ciò che avevo fatto io. Mi disse che aveva sbagliato, una volta, perchè aveva deciso di non uccidere la famiglia di un pentito. Aveva dei valori, il ragazzo. Pensava che ognuno doveva pagare per le proprie scelte, non che un altro pagasse al posto suo. Uccidere i parenti di una persona che ha tradito è una cattiveria più del tradimento. Troppi valori, aveva Luigi. Mi disse che gli avevano già ammazzato i genitori, per quella scelta. Avevano anche tentato di sfregiare con l'acido il viso di sua moglie, ma una pattuglia di carabinieri, per sua fortuna, passava nel luogo dell'aggressione e l'ha salvata. Hanno rapito suo fratello e l'hanno rilasciato con due gambe in meno. L'hanno distrutto emotivamente e fisicamente, a Luigi. Solo che non mi spiego come sia possibile tutto quest'accanimento nei suoi confronti. Mi dice, poi, che è più felice se ammazzo lui e lascio stare tutta la sua famiglia, da ora in poi. Mi dispiace, sinceramente, e glielo dico. Ognuno prova ammirazione o invidia per i propri colleghi, io per lui provavo tristezza. Volevo salvarlo ma non potevo, la mia reputazione sarebbe crollata e avrei fatto la sua stessa fine. Mi scusai, lo uccisi, e mi adoperai di conseguenza. Mandai soldi alla sua famiglia, Luigi mi diede le chiavi delle sue cassette di sicurezza alla stazione, si fidava di me. I soldi erano così tanti che non dovettero più tornare da quelle parti. Il fratello di Luigi riuscì ad impiantarsi delle gambe artificiali e sposò la cognata. Rimasero in famiglia, se così si può dire. Io decisi di cautelarmi in caso di problemi futuri. Pagai ai miei una vacanza in giro per il mondo per cinque anni. Mia madre mi chiese molte volte dove avessi preso il denaro, io glissai ogni volta sulle sue domande. A malincuore partì. Ma dalle cartoline che mi mandarono ogni settimana, capii che stavano bene. Vissero una seconda luna di miele dopo anni e anni, e morirono insieme. Un giorno mi chiamarono dalla nave, avevano il mio numero per i casi di emergenza, mi dissero che li avevano trovati abbracciati, nel loro letto, senza vita. Cause naturali. Erano così uniti che non hanno resistito neanche un secondo lontani. C'è una sorta di poesia in tutto ciò, alla fin fine.

Comunque volevo dirvi che ieri ho rivisto Katia. Non so come ne perchè ma sono sicuro che fosse lei. Appena uscito dal fast-food l'ho incrociata. Credo si sia anche girata per un attimo verso di me ma credo non mi abbia riconsciuto. Ho intenzione domani, visto che è la giornata della donna, di offrirle una mimosa dato che ho capito dove abita. Vi farò sapere per gli eventuali sviluppi ben sapendo che sono passati anni e anni e lei potrebbe avere una famiglia, dei figli, e un marito alto due metri e mezzo. Io comunque spero. Anche solo di baciarla un'ultima volta. Vi farò sapere. Voi sperate per me.

sabato 19 febbraio 2011

Rancore


Il giorno in cui ti rendi conto che è troppo tardi è troppo tardi. E io l'ho imparato molto ma molto presto. Mi chiamo Tommaso Salvemini ma in passato sono stato chiamato in molti modi diversi. Solo uno però era il mio vero nome che ora, purtroppo o per fortuna, non userò più e forse dimenticherò presto. Mi spiace avervi fatto aspettare tanto dall'ultima volta in cui ci siamo sentiti ma, sapete, avevo da fare. No, non vi preoccupate. Non sono rientrato nel giro che vi ho già raccontato nelle scorse settimane ma erano affari miei. E' sempre meglio tenersi qualche segreto no? Ogni uomo ha bisogno di avere dei segreti, qualcosa da non poter rivelare a nessuno se non a chi ti fidi veramente. E in quelle situazioni accadono le cose irreparabili: si sfasciano amicizie, amore e persino parentele per un segreto svelato. Qualcosa che non si doveva dire a nessuno, qualcosa che si doveva rimanere per sè ma che, per vanità o idiozia, si è deciso di rivelare ad altri, ad esterni, al mondo. Io mi fido di una sola persona purtroppo: me stesso.

Il perchè è semplice. Nel mio ambiente, ops, nel mio ex ambiente dovevi avere cento occhi ogniqualvolta camminavi per strada. Già vi ho raccontato di come ci sono entrato e della mia storia con Katia no? E sapete bene che se inizi a sporcarti anche solo un po' le mani, il tuo destino è già segnato. Ebbene in un giorno ero passato da spacciatore non drogato(sono come un politico onesto, difficilmente li trovi) a regolatore di conti. Una specie di bodyguard, alla fin fine, solo che i miei "assistiti", diciamo, non li vedevo mai. Io vedevo solo chi devo picchiare e/o mutilare. Eh sì, mutilare. Che brutto verbo.

Facevo il lavoro sporco, quello sporchissimo, quello che sinceramente non mi piaceva fare. Io sono dell'idea che se ad uno gli togli le gambe e le braccia è meglio che lo uccidi e non lo lasci a vivere e a trincerarsi dietro ad un mondo fatto di dolore. Sono umano, conosco la pietà. Peccato che chi mi era sopra di me non l'aveva. Si riconoscevano uomini di chiesa con valori e dignità. Oltre che una loro idea tutta particolare del rispetto. Ma non ce l'avevano. Nè il rispetto, ne la dignità, nè alcun valore. Mi sembra brutto dire queste cose, d'altronde erano i miei precedenti datori di lavoro. Succede sempre così quando si lascia un'azienda per un'altra. Mi sembra di essere un calciatore che salta da una squadra all'altra e sfoga tutto il suo rancore sulla prima per non averlo fatto giocare sempre. Che poi, sinceramente, quando guadagni due milioni di euro all'anno, che te ne frega di giocare la domenica? Giochi tutta la settimana, sinne felice, e goditi la vita. Che stronzi.

Mi arrabbio ogni tanto. Sì, è una cosa normale. Si dice che ci si arrabbia per vari motivi: il primo sarebbe per amore. Che poi è il motivo principale per cui ci sono state quasi tutte le guerre. Solo Hitler forse non ha ucciso per amore, tutti gli altri molto probabilmente sì. L'amore. Che brutta parola. Comunque dicevo che mi arrabbio ogni tanto e do in escandescenze. E questo particolare episodio voglio raccontarvi per bene.

Era inverno. Era notte e avevo freddo. Avevo venti o ventuno anni. Dopo un certo punto la memoria inizia a fare cilecca, non sono mica un idiota sapiente. Mi ricordo fatti e avvenimenti ma c'ho un piccolo problema a collocarli effettivamente nella linea temporale. E' questo quello che mi ha detto il mio psicologo, ma non ci credo tanto. Forse è solo il suo modo di togliermi i 100 euri settimanali inventandosi un motivo. Intelligente. Se fossi ancora in attività, prima di ammazzarlo gli avrei fatto ingoiare tutti i soldi che aveva nel suo portafoglio e nella sua cassaforte. Odio gli avidi. Sono il male dell'universo. Ma di ciò ve ne parlerò un'altra volta. Ultimamente tendo spesso a divagare, sarà che sono un po' nervoso. Il perchè? Sempre un'altra volta. Ecco, ora tendo anche a ripetermi. E' la tensione, cribbio. Comunque dicevo che era inverno, notte e avevo freddo. Quando si è giovani si pensa sempre che la notte sia propria, appunto perchè si è giovani. Invece non è così. La notte è dei netturbini, dei ladri, dei trafficanti. La notte è dei bastardi, dei disperati, dei lavoratori stanchi. La notte è mia solo quando mi ordinano di prendermela. E questa era una notte di quelle.

Il mio contatto doveva venire per dirmi chi dovevo picchiare. E' un giro lungo in certe circostanze ma è sicuro. Il ragazzo dovrebbe avere capelli neri, altezza media, tanti muscoli, e poca voglia di parlare. Un paio di occhiali a bordo nero mi daranno la conferma che sia lui. E lo vedo. La descrizione non era un granchè. Per fortuna erano le tre di notte e di gente in giro ce n'era ben poca. Lui mi chiama, mi da un foglietto e se ne và. Indossava un impermeabile nero. Non ne avevo mai visti. Ma erano molte le cose che non avevo mai visto, a quel tempo. Andai dall'uomo che dovevo, diciamo, convincere. Erano brutti i miei metodi di convincimento, ve lo devo dire. Le mazze da baseball originali dall'America fanno male, tanto. Possono romperti le gambe e non sei così felice nè di pagare nè di vivere quando ti manca qualche arto. Io odiavo quella parte del mio lavoro, soprattutto quando urlavano e pregavano di non farli male, era ovvio che io ero lì appunto per farli male. E lo facevo, malvolentieri ma lo facevo. E pure quella sera l'ho rifatto. Sono andato a casa di questo tizio, uno sui quarant'anni con una bella villa, sono entrato con facilità, ho trovato quasi tutto aperto ed accessibile. Ho bastonato ardentemente questo tizio pelato sulle gambe. Sono stato attento a rompergliene a malapena solo una, per fargli capire come ciò possa essere stato solo una sorta di avviso e sono ritornato a casa. L'indomani ho scoperto che c'era qualcosa che non andava. Troppa facilità, troppa calma e nessuno nella sua abitazione. Eppure aveva una casa a tre piani, eppure era in un bel letto matrimoniale quando l'ho trovato, eppure ho visto traccie sicure della presenza, passata, di una donna. Eppure mi avevano fregato.

L'ho scoprii il giorno dopo. Non era quello il mio obiettivo, non era lui che dovevo colpire, il mio contatto fece tutto il possibile per convincere i miei superiori che mi ero sbagliato. Ebbi il mio primo richiamo e non ci volle molto a farmi capire che di richiami, nella mia carriera, ne potevo avere ben pochi. Persi la mia paga settimanale e usai parte dei miei risparmi per la guarigione di quel tizio. Poi ebbi una soffiata. Il mio contatto. Quel bastardo. Mi aveva fregato in una maniera subdola e semplice allo stesso tempo. Il tizio era il marito della sua amante. O più semplicemente: lui se la faceva con la moglie di quel tizio. E mi hanno usato per fargli avere una brutta lezione. Il tizio si opponeva, giustamente, alla relazione tra sua moglie e il mio contatto. Ovvio. E lui gli ha fatto recapitare una bella lezione, non sporcandosi le mani. Ecco. Queste sono le situazioni in cui mi arrabbio. E il caro ragazzo l'ha capito ben bene poi.

Vi risparmio i particolari. Vi basti solo sapere che adesso il mio contatto, che per la cronaca si chiamava Ettore Corsetti, non esiste più. Letteralmente. Ha avuto un piccolo incidente con la macchina un paio di giorni dopo che scoprii chi mi aveva fregato. Non so come ma il mio gruppo di lavoro capii subito ciò che era accaduto. Non so chi glielo disse o come ne vennero a conoscenza ma da quel momento in poi cambiai status: niente più malmenatore di poveri cristi. Ma killer. Di quelli importanti. Di quelli forti. Di quelli che si mettono constantemente nei guai. La mia vita insomma, non sarebbe stata più la stessa. E così fu.

venerdì 11 febbraio 2011

Emozione


Mi chiamo Tommaso Salvemini, lo so che oramai mi conoscete ed è inutile che mi ripresento ogni volta, ma me l'hanno ordinato di fare. E chi sono io per trasgredire gli ordini. L'ho fatto solo un paio di volte in vita mia e ancora non sono sicuro di aver fatto bene. Sono qui, a casa stavolta, che scrivo questo memoriale al pc per voi, ma soprattutto per me, almeno così dicono. Dicono che mi servirà parlare di ciò che ero, dicono che mi servirà per capire innanzitutto ciò che sono e ciò che sarò, dicono che mi servirà soprattutto per migliorare questa mia apatia perenne che mi porto dietro. E pensare che un tempo non ero così, un tempo ero un simpaticone, ma di quelli che fanno ridere davvero. Uno che c'aveva sempre la battuta pronta e che lo invitavano a tutte le feste, ma proprio a tutte. E fu a una di quelle che vidi Katia. Vi avevo promesso che ve ne parlavo no?

Lo scenario è quello solito: feste di diciottenni. Un modo come un altro di impiegare soldi che basterebbero a sfamare la propria famiglia per tre mesi. Ma i diciott'anni vengono una volta sola, si è maggiorenni solo da quel momento e si deve pur festeggiare. Invitando parenti, amici, amici degli amici, semplici conoscenti e anche qualcuno che si intrufola perchè tanto si mangia gratis. E si balla. Oh, se si balla. Si inizia con la musica tunz-tunz, quella che mai ho potuto sopportare, poi si passa ai balli di gruppo e si conclude con idiozie varie. Non mi esaltavano le feste, sinceramente, diciamo che ci andavo prevalentemente per due motivi: il cibo e le ragazze mezze svestite. Che poi manco ci parlavo, perchè mi intristivano. Alcune di loro si capiva dalla faccia che ci sarebbero state solo perchè era una serata di festa, e che al secondo bicchiere di vino avrebbero fatto tutto ciò che tu volevi ma domani, a scuola, non ti avrebbero nemmeno riconosciuto. E non sono mai stato un amante del sesso occasionale. Io ero per l'amore vero. Ah, come ero idiota da piccolo.

E quel 17 Novembre lo ricordo ancora oggi. Faceva freddo fuori, e si moriva dal caldo dentro. Se uscivo rischiavo di prendermi una polmonite, se rimanevo dentro con l'orda di ragazzini sudati rischiavo di vomitare per la puzza. Decisi per la polmonite: era una punizione più accettabile. Uscii dal locale e la guardai. Era lì, seduta su una panchina, che fumava una sigaretta con lo sguardo fisso sul vuoto. E lo sapete cosa accade in questi casi no? I palpitamenti, il cuore che sembra arrivare in gola, la salivazione eccessiva, le cose che avete sentito in duecento-trecento film melensi e romantici. Peccato che si scordino sempre un particolare, quello più importante: un'erezione disumana! Una di quelle che ti ricordi per gli anni a venire, quelle che ti fanno sembrare una bomba pronta ad esplodere e se mi permettete, cari e gentili pulzelle alla lettura, non è necessariamente un'esperienza positiva. Perchè alla lunga fa male, tanto male.

Ma non parliamo di anatomia perchè sennò dovrei stare giorni a dirvi di quanto lei fosse bella e di quanti pollastri le giravano intorno. E di come lei riuscisse a scacciarli via di malomodo in soli tre secondi. Era forte, Katia, era bionda, di media altezza, con quei capelli a caschetto che le illuminavano il viso reso splendido da quel fuorilegio di piccole lentiggini che si potevano ammirare decentemente solo da vicino. E io ci riuscii ad ammirarle, e come se ci riuscii. Lei era bella. Quella sera era venuta in jeans e maglietta, Nino D'angelo deve aver pensato a lei quando scrisse quella famosa canzone. Era normale ed era meravigliosa allo stesso istante. Il petto fioriva in un impulso di entusiasmo ogniqualvolta che respirava, i fianchi sembravano chiamarmi ad ogni sospiro, e quelle coscie, quelle coscie, erano il bollino di garanzia della donna perfetta. Lei era tutto, io ero niente, io la volevo, lei quando mi vedeva mi sorrideva, e fu così che la conquistai. Fu un mese di corteggiamente compulsivo. Ogni giorno la salutavo a scuola, la incontravo "per caso", le facevo piccoli regalini, le offrivo buoni per ore di studio gratuito col sottoscritto (eh sì, da giovani si è scemi, tanto scemi), e le dedicavo poesie, lettere e canzoni. E un giorno lei cedette. E diventammo una coppia. Una coppia che avrebbe condiviso tutto, forse troppo.

Nel mio ultimo anno di scuola lei era con me, e mi supportava ogni scelta facessi. Era il mio angelo, la mia gioia. Era intelligente Katia, forse troppo, a molti maschi avrebbe fatto paura, a me no. Ero contento del suo essere interessata alla realtà che ci circondava, e della sua scelta di fare l'università. Sapevo che lei valeva più di quanto pensasse. Sapevo che dovevo fare il triplo dello sforzo di un qualunque essere umano per tenerla ancòrata a me. Perchè così accade: un giorno ti svegli e ti senti impotente. Io pensavo che dovevo riempirla di regali per tenerla vicina, e mi sbagliavo, eccome se mi sbagliavo. Quando lavorai per l'azienda di mio padre, guadagnavo abbastanza per uscirci insieme nel fine settimana e anche in settimana, qualche volta, e mi sentivo felice. Poi persi il lavoro dato che l'azienda chiuse e iniziai a cercare altro. E si sa che seppur risparmi per dodici mesi ad un certo punto i capitali finiscono. E non sapevo come dirglielo. Ci raccontavamo tutto, io e Katia, ma di una sola cosa non riuscivo a parlarle: di soldi. Sapevo che lei era una ragazza con un'ottima famiglia alle spalle, con modeste quantità di denaro, sapevo che lei mi avrebbe sempre potuto aiutare, se fossi mai stato in difficoltà. E soprattutto sapevo quanto fosse una ragazza di poche pretese, che si pagava da sola le nostre uscite e che non aveva mai accettato che offrissi. Ma il maschio, purtroppo, si fa problemi dove non ce ne sono e io ero uno di quelli.

Avendo perso lavoro e disponibilità iniziai a cercare ovunque potessi. Ma gli impieghi più ricercati erano lontani dalla mia personalità. E fu così che entrai in quel giro dal quale oggi sono fuggito. Un giro che se ci entri in punta di piedi ti sembra il paradiso. Un giro che distrugge, però, tutto ciò a cui tieni.
Iniziai dal basso: dalle cose più semplici. La mia bravura nell'ammazzare le persone ancora non era venuta fuori. Quindi spacciavo. Davanti alle discoteche, davanti ai ritrovi abituali per ragazzi, davanti anche alle scuole. Ma avevo un mio codice: niente droga sotto i sedici anni. Lo dissi anche a chi mi trovò quel lavoro, si chiamava Gianni. Era bravo Gianni, disse che gli piacevano quelli con una loro personalità. Mi diede un bel pugno violento nello stomaco, il caro Gianni. Mi disse: vendila a chi vuoi ma voglio un minimo di 500 euri a settimana, sennò farai una brutta fine. Io glieli portai quei soldi, e anche di più. Tenendo fede al mio codice e tenendomi alla larga da luoghi troppo frequentati. Ci riuscii, con l'impegno e con la fatica, lavorando poche ore al giorno. Riuscii in poco tempo a farmi una rete di clienti abbastanza imponente. Peccato che tra di loro ci fosse anche lei: Katia.

Non so come ci entrò, e non oso nemmeno immaginare che possa essere stata colpa mia. Ma lei divenne ben presto una delle mie migliori clienti. Anche se da me non aveva mai comprato niente. Una sua amica veniva quasi sempre a rifornirsi da me, mai avrei pensato che quella roba sarebbe arrivata anche a lei. Mai avrei pensato che sarei stato io a rovinarle la vita. Mai avrei pensato che mi sarei sentito così male dopo.

Un giorno tornai a casa, la nostra casa. Sì, perchè nel frattempo ero riuscito a farmi un appartamento, piccolo e modesto, con lei. Era la nostra culla d'amore. Così la chiamavamo. Era il nostro nido di lussuria, così lo chiamavamo. Era la nostra tomba, così lo vidi poi. Un giorno, come vi ho già detto, tornai a casa e la trovai a terra, esanime. Chiamai l'ambulanza e venni a sapere che si faceva, tanto, tantissimo. La salvarono, per miracolo, ma la nostra vita da quel momento non fu più la stessa. Parlai con lei, le promisi che sarei cambiato, lei sapeva del mio lavoro, e lei mi promise che ne sarebbe uscita. Mentivamo entrambi. Io ero entusiasta della quantità di denaro che riuscivo a racimolare, lei era ormai sopraffatta dalla voglia di eroina. E iniziò a rifornirsi altrove. Bruciò i soldi della sua famiglia, bruciò la sua iscrizione all'università, bruciò la nostra storia perchè iniziò a trombarsi Gianni, il caro Gianni, per avere le sue dosi. E lui ci stava, mica fesso. Se la sbatteva ogni giorno e con molto gusto. Pur avendo perso un po' di peso, Katia era pure sempre una bella ragazza. E io soffrivo, in disparte. Perchè capii come andava la storia tra loro due, capii che ormai lei l'avevo persa, capii che non potevo farci assolutamente niente. E stare zitto a guardare il mio amore che moriva con lei.

E dall'alto mi arrivò un messaggio. Non dal cielo, chi c'è lassù sicuramente non mi ha mai considerato, intendo dall'alto in un altro senso. Un tipo che si faceva chiamare Sandro mi chiamò. Mi fece i complimenti per i miei introiti e mi chiese quando effettivamente dessi al caro Gianni ogni fine settimana. Gli diedi il mio resoconto mensile documentato, d'altronde ero pur sempre un ragioniere e non ero un coglione. Con alcune foto di quando gli davo i soldi, fatte da un mio collega. Lui mi propose una cosa che ancora oggi mi fa rabbrividire. E io accettai. Senza esitare.

Credo che avete capito di cosa si trattasse. Fu la mia mia prima volta. Fu difficile? Assolutamente no. Entrai in casa sua dopo che aveva appena finito di ri-trombarsi la mia ragazza, la donna che volevo sposare. Lei saltò dal letto ma cadde un istante dopo, era già strafatta. Biascicava parole del tipo "tu non c'entri, la colpa è mia, scusami" e robe del genere. Non ero lì per lei, o forse nel cuore mio sapevo che era solo per lei, ma decisi di far tacere la voce della mia coscienza. Dissi al caro Gianni che questo accade a chi pensa di fregare chi sta più in alto di lui. Lo colpii due volte sulla gamba destra e due sulla sinistra. Poi chiamai l'ambulanza da un telefono pubblico sotto casa sua. Si salvò, perchè così doveva accadere. Ma doveva imparare la lezione. Perdendoci le gambe, ovviamente. Non so che fine ha fatto, mi dissero solo che si era "ritirato", qualunque cosa volesse significare. Katia fu portata, di nuovo, in ospedale. Si curò, questa volta veramente. Non la vidi più dopo quella volta. Andò in comunità, ne uscì pulite e meravigliosa come era prima. E ora vive la sua felice vita non so dove e non so con chi. Almeno spero sia felice. Me lo auguro. Almeno lei. Per Katia tutto è iniziato e per Katia volevo che finisse, ma così non fu. Da lì iniziò la mia scalata e la mia caduta. Ma di ciò vi parlerò un'altra volta. Abbiate pazienza. Altri nove passi e finalmente sarò più libero. Attendeteli come si attende una cara persona che non si vede da troppo, troppo tempo.

martedì 8 febbraio 2011

Ricordo


Mi chiamo Tommaso Salvemini, e lavoro in questo fast food dietro lauto pagamento di cinque euro l'ora. Lavoro otto ore al giorno, escluso il mercoledì, potete facilmente capire quanto guadagno a fine mese. Niente male direste voi, alcuni ci metterebbero la firma col sangue per avere ciò che ho io. Non mi lamento, anzi, lo faccio continuamente, ma in silenzio. Io vorrei capire chi è che decide quanto vale un'ora della mia vita. Cinque euro? Dieci euro? Venti euro? Chi è che decide? Chi è un uomo che valuta età, peso, razza, caratteristiche fisiche e caratteriali e decide quanto vali ad ora. Io valgo cinque euro, adesso. Prima ne valevo molti di più, enormemente di più. Prima per un modesto impiego di mezza giornata arrivavo a guadagnare cinquemila euro. Capite il perchè mi sento un po' soffocare in questa merda di fast food, un posto pieno di adolescenti che cercano di rimorchiare altre adolescenti offrendogli regalini stupidi o panini omaggio. Ai miei tempi l'amore era un'altra cosa. "Ai miei tempi", ormai ragiono come un vecchio.

Vi ricordate tutti cosa faccio no? Senza che ve lo rispiego. Basta leggersi il mio intervento precedente e capire ciò che ero e cosa facevo. Io vi assicuro che il mio lavoro lo sapevo fare bene, benissimo. E oggi vi racconterò come è iniziata. In modo semplice.
Provengo da una famiglia modesta, a tratti povera, ma questo prima che arrivassi io al mondo. Da quando sono nato le cose andarono un po' meglio. Mio padre trovò un lavoro soddisfacente: operatore ecologico. Così li chiamano adesso. Un modo soft per non dire netturbino o immondezzaro. E' come chiamare un barbone "senzatetto" o "clochard". Fa più figo, ma rimane pur sempre un barbone che non ha casa, ne famiglia, ne soldi. Ma sto divagando.
Mio padre iniziò a lavorare stabilmente dalla settimana successiva in cui io nacqui. E' sempre stato un gran lavoratore, mio padre. Non posso ovviamente dirvi il nome perchè sennò si capirebbe chi sono io, e questo non voglio che accada. Comunque vorrei vantarmi del fatto che mio padre fu uno dei primi a far la raccolta differenziata. Inutilmente perchè tanto, alla fin fine, si metteva tutto nello stesso contenitore, ma almeno il senso civico, in lui, era sempre molto presente. Mia madre, invece, era una casalinga(barra)infermiera a domicilio(barra)sarta(barra) altre duecento cose. Mia madre si arrangiava. Riusciva a portare a casa una ventina di euri(a quei tempi erano quarantamila lire, e ci sembravano milioni) al giorno, facendo questo e quest'altro. Non si vedevano quasi mai lei e mio padre. Solo il sabato e la domenica. E tutto quel tempo lo passavano insieme, senza staccarsi nemmeno per un attimo. Se c'era da far la spesa ci andavano insieme, se c'era da stendere i panni lo facevano assieme, se c'era da aggiustare una mensola, lo facevano assieme. Erano l'esempio esatto del perfetto amore, i miei, e io ero felice. Si sa che i bambini crescono bene con un ottimo ambiente familiare, e io crebbi bene. Ero un ragazzo da sposare: gentile, simpatico, intelligente e tutte le qualità che potete trovare in un ragazzo che predica la non-violenza, odia le persone aggressive e sa farsi rispettare con le parole. Ovviamente ero piccolo, ovviamente non capivo come andava il mondo.

Ho fatto le scuole, tutte, quelle dell'obbligo. Ho concluso pure la ragioneria. Con ottimo profitto, o almeno così pensavo. Un ottantadue che aveva reso molto orgoglioso non solo me ma anche mio padre e di conseguenza mia madre e Katia. Chi è Katia? E' una storia lunga, poi ci arriveremo.
Comunque mio padre fu così contento da propormi un impiego verso la sede dove lui operava, ormai aveva una certa età e non gli consentivano più di fare i giri di notte per la città. Ne fui contento, era un mestiere come un altro, perfettamente in linea con i miei studi e perdipiù vicino a mio padre che avevo sempre ammirato. E così fu. Un anno insieme, solo di giorno per fortuna, e potevo vantarmi di portare a casa un ottimo stipendio che permetteva di aiutare i miei e di divertirmi. Ero soddisfatto, felice ci ero solo con Katia. Chi è Katia? E' una storia lunga, poi ve la racconto.

Comunque l'azienda in cui lavorava mio padre entra in quella spirale, oggi attuale, di problemi di budget vari e illimitati. Gli stipendi iniziano a non arrivare mai, neanche per il sottoscritto che ero addetto alle paghe e accade quello che tutti si aspettavano accadesse: la società chiude, niente lavoro per tutti, e io vengo bollato come portaiella. Eh sì, i colleghi di mio padre un po' non mi vedevano di buon occhio. Appena arrivato io in società, dopo un annetto, questa chiude e tutti vanno a spasso. Mio padre cade in depressione, profonda. Gli mancavano due anni per la pensione, e fu costretto a trovarsi qualcosa, di legale, che gli permettesse di chiudere con dignità la sua vita lavorativa. Ovviamente la trovò, ma solo dopo due anni di ricerche spasmodiche e serate al bar da ubriaco. In questo periodo non riconobbi più quello che io consideravo mio padre. Era diventato tutt'altro che quell'uomo gentile e protettivo che avevo conosciuto, era diventato rozzo, inutile, insopportabile e perennemente incazzato. Mia madre era l'unica che riusciva a calmarlo. Dopo due anni, dicevo, trovò un impiego che gli permettesse di chiudere quei quarantanni di lavoro per avere una pensione accettabile. Quell'impiego glielo trovai io, con i miei agganci, perchè nel frattempo ero passato dagli ottocento ai tremilacinquecento euri mensili.

Ci entri perchè ne hai bisogno e perchè forse è l'unica soluzione certe volte. E ci entri perchè, alla fin fine, senti che quella è molto più casa tua della cosidetta normalità. Mi ricordo i tempi in cui lavoravo per la nettezza urbana, all'amministrazione, ero felice e soddisfatto. Me lo ricordo. Ora, in questo fast food, non lo sono più. Perchè in mezzo c'è passato un mare in tempesta che ormai mi ha cambiato l'esistenza e l'idea stessa che avevo della vita. E non è il denaro che spinge a continuare a fare ciò che fai, pur essendo cattivo ed illegale, è il potere che ti da decidere e disporre della vita degli altri. Sempre sottostando agli ordini ovviamente. Ma di questo, della parte clou del mio ingresso in famiglia, ve ne parlerò la prossima volta. Ora è già tardi e non voglio rovinarvi ulteriormente la giornata. Vi parlerò, ve lo giuro, di come sono entrato e di come ero fottutamente bravo nel mio lavoro. E di Katia. Già, chi è Katia? Poi ci torneremo, ve lo giuro.

giovedì 3 febbraio 2011

Accettazione


Mi chiamo Tommaso Salvemini e tutto il giorno sono qui, in questo fast food, a servirvi patatine con hamburger con contorno di insalate così minime da essere considerate leggere solo perchè nel piatto scompaiono dietro a quel doppio cheeseburger che avete ordinato. E che poi mangerete e ingurgiterete e che poi, per mio sollazzo, evacuerete. Nel bagno di questo fast food ovviamente. E lo so, vi hanno insegnato da piccoli ad andare al bagno, a pulire tutto, ma proprio tutto, a sentirvi anche voi un po' più puliti, più lindi dopo quest'atto normale per il nostro organismo. Ma fuori casa lo dimenticate, soffrite di vuoti di memoria, non vi ricordate più a cosa serve la carta igienica, a cosa serve alzare la tavoletta per fare centro più facilmente, a cosa serve fare centro, soprattutto. E io pulisco, o meglio, pulivo. Ormai sono in questo posto da due anni, questi lavori non mi toccano più, è compito sempre dei nuovi la pulizia dei cessi e di tutto l'ambaradan. Io servo alla cassa, che potrebbe essere un impiego rispettabile, onesto, e non troppo degradante. Ce ne sarebbero migliaia di ragazzi che vorrebbero essere al mio posto, prendersi questi spicci che mi danno ogni mese e ritornare a casa felici, la sera, baciare la propria ragazza, o la propria moglie, e fare del normale sesso coniugale che non ti da più caldo ne freddo dopo dieci anni di convivenza. Io, invece, ho paura di tutto ciò. Ne ho una fottuta paura.

Mi spiego meglio: in realtà Tommaso Salvemini non è il mio nome. Eh no. E quello vero non posso dirvelo perchè riguarda la mia vecchia vita, e nessuno deve sapere chi ero e cosa facevo. Ma tanto ve lo dico, il mestiere ovviamente, non voglio aver segreti con voi, tranne il nome, quello me lo tengo stretto come una sorta di vanità personale. Chi ero devo saperlo solo io, cosa facevo potete saperlo anche voi. Io uccidevo la gente. E non ne vado così fiero. Ma era quello che mi avevano insegnato e che sapevo fare meglio.

Uccidevo la gente, sì, come nei film. Ma non ero un killer assoldato dal cattivo di turno per togliere di mezzo l'amata del belloccio palestrato. No, io sono, anzi ero uno che lavorava per una grande famiglia, fatta di gente che si vuole bene ma che al primo accenno di insoddisfazione ti picchiano o, alla meglio, ti eliminano e passi dalla parte della non-vita. Che in molti casi è meglio di pulire le cagate altrui dalle mattonelle o i casini di un figlio di boss con la puttana di turno. Io ero un ragazzo normale, che aveva vissuto un'adolescenza normale e che un certo punto aveva capito che il paese in cui vivevo, la città in cui vivevo, la nazione in cui vivevo erano troppo anormali per la mia normalità. Vivevo, come avrete capito, in Italia.

La terra di santi, poeti e navigatori. E mafiosi, aggiungerei. E politici corrotti, o puttanieri. Insomma un Paese che ha sempre vissuto nell'illegalità e che ci continuerà a vivere fino alla notte dei tempi. Fino a quando questo dannato surriscaldamento globale non deciderà di ucciderci tutti e far spazio alla prossima nostra evoluzione. Perchè sì, discendiamo dalle scimmie, ma un giorno un qualsivoglia altro essere discenderà da noi, e forse sarà molto meglio. Molto ma molto meglio. Ma non parliamo di queste sciocchezze.

Comunque ero una specie di  lavorante, un operaio chiamiamolo così. Un operaio che ammazzava la gente, picchiava i proprietari dei negozi, rapiva i bambini per ottenere cospicui riscatti. Non che ne fossi entusiasta ma è lavoro, erano ordini, che ci vuoi fare? Nessuno si preoccupa quando un carabiniere picchia gente in mezzo ad un corteo, d'altronde ha solo ricevuto degli ordini. I miei compìti erano quelli. Non ho mai ammazzato bambini, questo posso assicurarvelo, ne fatto loro del male. Li ho solo rapiti, poi li sfamavo, ci giocavo(a volto quasi completamente coperto), ad uno gli ho pure trovato la ragazza, e adesso so che si sono sposati. E' un aneddoto divertente: rapimmo prima lui, figlio di banchiere, dieci anni. E poi lei, figlia di notaio, di otto anni, a distanza di tre giorni. Li mettemmo entrambi nello stesso appartamento e iniziarono a farsi coraggio a vicenda. Rimasero trenta giorni con noi, e da lì nacque l'amore. Prima era solo amicizia, ovviamente erano bambini, poi gli psicologi gli dissero che dovevano frequentarsi per forza per migliorare la loro vita sociale dopo quell'esperienza e bum, dopo venti anni si sono sposati. Andai anche al loro matrimonio, devo essere onesto, sono un inguaribile romanticone. Non credo mi avrebbero mai riconosciuto, per questo ci andai. Fu una cerimonia molto modesta, le loro famiglie non ne uscirono bene da quella esperienza ma si ripresero. Ora hanno pure due bambini. Mi sento come una sorta di novello Cupido, alla fin fine.

E ora servo alla cassa in questo fast food. Mi piace servire alla cassa? No. Mi piace vivere questa vita normale fatta di hamburgher, patatine, maionese e kutchup? No, assolutamente no. Perchè ho paura. Una fottuta paura di quello che c'è in questa sorta di vita normale che vivete voi. E che a me, ormai, non piace più da quando diventai qualcun'altro e poi un altro ancora. Ma di cosa sto parlando lo leggerete un'altra volta. Ora mi chiamano al bancone. Un obeso orrendo richiede le sue ali di pollo. Ha fretta di andare al paradiso, immagino. Oggi ho scritto, comunque, il primo tassello che porterà alla mia rinascita. Altri undici passi e addio problemi. Vi spiegherò meglio nei giorni a venire. Vi chiedo umilmente scusa se i miei scritti potranno sembrarvi sconclusionati. Ma era molto molto tempo che non ritornavo a scrivere, e avrei voluto non ritornare a farlo neanche ora, ma forze più grandi di me me lo impongono. E io eseguo. Sempre questo ho fatto. Ho solo eseguito. E non c'è niente di male a eseguire ordini, no?