mercoledì 29 febbraio 2012

Questo post non esiste!



E per quanto non esiste, come la giornata che state credendo di vivere, sarà destinato a scomparire durante la lettura. Lettura, che essa stessa, non esiste e per quando non esistente è inutile. Quindi state leggendo un post inutile, in un blog inutile, scritto da un tizio inutile.
Ma solo per oggi sia chiaro.
Da domani questo spazio virtuale diventerà il terzo sito più visitato in Italia perchè infarcirò questo post di chiavi di ricerca che attirano la gente normale, l'italiano medio, il popolino, tu.
E le inserirò in un modo così poco visibile e subdolo che neanche tu, oh avventato avventore, capirai indove siano situate e (BELEN RODRIGUEZ NUDA) di che cosa realmente tràttino.

Perchè questo è l'unico modo per acchiappare gente, o questo o inserire ripetutamente, mentre stai parlando di fumetti, tecnologia, scoperte scientifiche (BELEN RODRIGUEZ FARFALLA), Margherita Hack, letteratura, social network o quant'altro, una bella foto di una bella topa con qualcosa in bella vista. Se metti brutte ragazze con poco in bella vista non acchiappi quasi niente. Meglio saperlo prima.
Questo post non esiste perchè soprattutto non gli si trova il benchè minimo significato nella sua esistenza. Oggi è il 29 Febbraio. Un giorno che compare ogni quattro anni, quasi come fa un normale dipendente pubblico di un Comune. Un giorno che vorreste sicuramente rivivere se per caso avete vinto al Superenalotto o a poker. Ma non sapete che quei soldi, quel denaro, non esiste. Essendo oggi un giorno che non esiste, anche le vincite non esistono, non lo sapevate? Ve lo spiego meglio.

I monopoli di stato (MARGHERITA HACK NUDA) hanno inserito nel loro regolamento sui giochi d'azzardo legalizzati, che i giochi sono validi solo nei giorni realmente esistenti. Oggi non è un giorno esistente. "Ma come?" - mi chiederete voi - "Io esisto, sto leggendo questo post, oggi sono andato persino a lavoro, voglio il mio denaro!". Avete ragione. Ognuno vuole il suo denaro. Ma quel denaro è dei Monopoli d'azzardo, e come tale se voi portate cerficazione che avete vinto soldi, in quantità modesta o meno, in questa giornata, loro vi risponderanno che non pagano per vincite del 29 Febbraio, o magari del 32 Brumembre. E la cosa più antipatica è che vi prenderete una forte risata in faccia dalla ventiduenne topa che sarà allo sportello dei Monopoli. Delusi ve ne andrete sconfitti e noterete che la ventiduenne è sparita e con se anche la sede dove siete andati a protestare. Perchè? Perchè avete protestato oggi che è un giorno non esiste! Sconvolti? Lo ben capisco.

Però non vi vedo ancora convinti al cento (MARGHERITA HACK FARFALLA) per cento. Vi faccio un semplice quesito. Se oggi fosse veramente un giorno esistente, e mettiamo caso che sia il 29 Febbraio, domani che giorno dovrebbe essere? Il 30 Febbraio. E poi il 31, giusto? E invece no. Domani è 1° Marzo, come ve la spiegate questa cosa?

Quindi non fatemi adirare e fate oggi ciò che più non volete fare nella vostra vita. Portate dei fiori a vostra suocera, portate vostra moglie ad un centro benessere, andate a cena con i vostri genitori, guardatevi una partita dell'Italia in cui perde con l'America, tanto queste cose non saranno mai esistite e potrete dimenticarle un attimo dopo.

Come questo post, d'altronde. Eppure ve l'avevo già detto. Vedete? Ve l'eravate dimenticato.

(MARGHERITA HACK E BELEN RODRIGUEZ VIDEO)

martedì 28 febbraio 2012

Come on, BlueBirds!


Il calcio. Sempre il calcio. Sono maschio, sono italiano, mi piace il calcio. Sembra quasi un luogo comune, qualcosa che deve succedere perchè è scritto nell'animo dell'italiano medio. Senza contare che il calcio ha ancora una montagna di pregiudizi attorno a se. Il primo, quello più evidente e che molti cosidetti "tifosi" ancora non riescono a sopportare, è quello di tifare una squadra che è fuori dalla propria città. Io vorrei spiegare a questi "tifosi" che non stiamo parlando di una squadra fatta con giocatori della propria zona, della propria città, del proprio paese. In quel caso si parla di "nazionale" o di "rappresentativa locale", fatta con calciatori che abitano e vivono e magari nascono tutti in uno stesso luogo, Paese. Per fare un esempio: tu che mi dici che devo tifare Napoli perchè io sono Campano, non sai che in realtà il tuo ragionamento è sbagliato dal principio.
Se il Napoli fosse fatto solo ed esclusivamente di giocatori campani ti darei ragione, e in questo determinato caso sarebbe anche da non lodare dato che ruberebbe calciatori alle altre quattro province. Ma il Napoli è una società di calcio che vive in un regime di concorrenza con le altre e per essere più forte, o tentare di esserlo, compra calciatori da qualunque parte del mondo. Quindi la denominazione "Napoli" è solo un nome che fa capire dove la società si è fondata. Non è un crimine se tu, nato a due passi da Fuorigrotta, provi profonda attrazione per il Siena. Non è uno sbaglio se tu, nata a Benevento, ti esalti per le partite dell'Udinese o del Lecce. E' sintomo di apertura mentale, direi.

Premesso ciò ammetto che in materia di "Nazionale" però non riesco a non tifare per la rappresentativa del mio Paese. E mi commuovo se un giocatore di colore o uno che fa di cognome El Shaarawy, fa parte della propria squadra, alla faccia di un Borghezio qualsiasi.

Tutto ciò serve per parlarvi del Cardiff City. Una squadra gallese che milita nella Championship inglese, come la nostra serie B. Questa squadra, che per caso anni fa scelsi per un gioco di manager alla Playstation(la prima meravigliosa Play), mi è rimasta da quell'anno ancora impressa nella mente. Ogni settimana seguo i risultati e le notizie dei BlueBirds, questo è il loro soprannome. E domenica scorsa, emozionato, ho assistito su internet alla sfida tra il Cardiff, appunto, e il Liverpool per la Carling Cup. La coppa nazionale al quale in Inghilterra danno molto più risalto della nostra Coppa Italia(e ne hanno ben due di coppe nazionali).
Vedere la propria squadra, di serie B, sfidarne una che è decisamente di livello superiore, beh, ti apre alla possibilità di non vedere una partita particolarmente felice, almeno per te. Cosa che puntualmente non accade. Perchè il Cardiff passa in vantaggio, al ventesimo, con Joe Mason e l'entusiasmo inizia ad aumentare.
Finale primo tempo 1-0. E tanta paura.
Inizia la ripresa e si prende il gol del pareggio. Tristezza e dolore. Ai minuti finali del secondo tempo Kenny Miller, punta di diamante di questa stagione del Cardiff, sbaglia un gol abbastanza facile e la partita termina in parità. Supplementari.
Primo tempo supplementare senza troppo patemi, le squadre sono stanche, i giocatori camminano più di correre e pensano ai rigori. Ma accade la sopresa.
Nel secondo tempo supplementare,  nei minuti iniziali, il Liverpool passa in vantaggio. Lo sgomento per i tifosi del Cardiff in tribuna(faccia stupita ma ugualmente felici) dura per fortuna solo fino al 118° minuto.
In quell'istante Ben Turner, difensore centrale dalle enormi capacità fisiche, insacca dopo la respinta del portiere ad un suo precedente colpo di testa. E' festa grande. Il Cardiff ritorna in parità, io lancio quasi il computer in area, normalmente esulto così solo per i gol della Juve e dell'Italia. Parità. E si va' ai rigori.
Si inizia esultando, si finisce piangendo. E noto che anch'io sto lacrimando. C'avevamo creduto. Ho detto "avevamo" perchè mi sono sentito anche io lì, al Wembley Stadium, a voler festeggiare una Coppa che mancava da generazioni. A voler esultare per un trofeo che si bramava da anni. Quel trofeo che è andato a Liverpool, dalla squadra favorita alla vigilia, dopo una partita divertente che di sicuro, mi ha fatto innamorare ancora di più di questa squadra. Che seppur lontana migliaia di chilometri dal sottoscritto, mi da emozioni come solo altre due, massimo tre, finora.
Perchè in tutto questo discorso dovrei anche parlarvi del Mainz in Germania, ma sono magnanimo.

Come on BlueBirds. E vediamo di andare in Premier quest'anno.

Ps: La maglia che vedete è quella del Cardiff di due-tre anni fa. Regalo di mio fratello.
Ps2: Ho iniziato a giocare a Football Manager 2012 ovviamente con il Cardiff. Prima stagione: qualificazione in Premier. Ora ho Roberto Baggio come osservatore. Sono la persona più felice del mondo.

lunedì 27 febbraio 2012

Addio, amici, addio


Una sera esci, la notte ritorni a casa, ti butti sul letto per gustarti il tuo meritato riposo e il giorno dopo, al mattino, con gli uccellini che cinguettano e il vento che si vuole portare via la veranda, ti rendi conto che hai la febbre. Un febbrone di quelli violenti. Ma forti proprio. Tipo che arrivano anche a 37. Vi rendete conto?

E' vero. Sono maschio, mi avete beccato. I luoghi comuni sono duri a morire e si sa che per un uomo, una febbre a 37, è sinonimo di battaglia al fronte senza giubotto antiproiettile e senza fucile. Io faccio parte di quella categoria: i distrutti. I derelitti. I moribondi. Insomma quelli che sono costretti ad ascoltare le battute di Ezio Greggio prima, durante e dopo la diretta. Povera gente.
E sono qui che volevo scrivere un post atipico per questo blog. O meglio lo volevo scrivere stamattina, l'avevo progettato ieri, ma ovviamente con la testa pesante, i brividi freddi, l'inappetenza(che per me è qualcosa di incredibile. Mi ricordo che anche con la febbre a 39, due anni fa, cenai regolarmentee abbondantemente) e il dolore agli occhi causato dal pc o da chissà cosa, non ho l'umore e la forza per scrivere quel paio di cose che dovevo scrivere.

Sì. Sono scuse. E tu le stai appena leggendo smuovendo la testa come per dirmi "dannato luttazzi4ever sono anni che accampi scuse quando non hai voglia di scrivere, non è meglio fare come il tuo collega che quando non ha niente da dire non scrive proprio? E così da non aggiornare il blog per anni?". Amico, io ti voglio bene ed aprezzo che tu stai leggendo queste mie parole ma senti: io sto male e tu stai bene, tu sei un uomo fortunato, non devi sopportare il verdetto del termometro digitale(che tutti odiano, sia chiaro) che mi dice 36 e 8 come un semplice numero e non una condanna a morte.
E non ho considerato l'opzione che, come spesso accade a queste diavolerie moderne, non riesce a considere l'effettiva consistenza del mio febbrone e che potrei travalicare i 37.2 o 37.3(in quel caso una corsa in ospedale, al pronto soccorso, sarebbe inutile ormai data l'enorme temperatura).

In tutto ciò guardo le veline che si smuovono e sento scottare sempre più la mia fronte. Dannato Gabibbo, mi fai sempre st'effetto.

A domani. Se sopravviverò alla dolorosa nottata!

venerdì 24 febbraio 2012

Leggere nuoce gravemente alla salute


Dopo aver speso trenta sudati eurozzi l'ultima volta che sono andato in fumetteria(e non ho preso il volume dei Peanuts sennò si superava i cinquanta) sto notando sempre più di come Leggere sia diventata una droga per il sottoscritto. Constatando abbonamenti a riviste, fumetti acquistati, libri comprati e/o prestati, posso constatare che ogni mese, ogni anno, macino pagine su pagine di roba che entra nel mio cervello e lì vi rimane. Non tutto almeno.
Vi rimangono le cose importanti, tipo chi ha scritto e disegnato un certo numero di Dylan Dog, sì, è una malattia. O certi articoli del Vanity Fair, o una vignetta particolare letta da qualche parte, o un passo di un libro interessante(ultimamente o Dexter o La Torre Nera), o qualsiasi cosa che abbia costretto un signore a tagliare un albero e a farlo diventare carta(si fa ancora così la carta no?).

Quindi, ricordandomi che già una volta feci un post sulle mie cadenze mensili di acquisto fumetti, volevo fare un'altro in cui decisamente elencavo tutto ma proprio tutto quello che compro in un determinato anno. Poi mi sono ricordato che ho un impegno alle 16 e 30 e non mi sembra il caso far attendere la mia lei fino alle 18.
Seconda opzione: una simpatica lista che potrete raccontare ai vostri amici quando gli argomenti scarseggiano. Ovviamente è dedicata solo a voi donne. Noi maschi abbiamo un botto di argomenti di cui discutere. D'altronde il campionato è in voga da Agosto a Maggio. E le tope rivestono sempre più importanza nel panorama televisivo ed internettiano. E' sempre facile discquisire su una Satta che fa sesso più di dieci volte a settimana, o di una Tommasi che si cambia uno squinzio dieci volte a settimana e tra gli spazi di un "amore" e l'altro, cammina mezza nuda per strada. Forse gli devono ancora far capire che le riprese per il calendario Max 2009 sono finite(ed io non ne ho una copia gelosamente custodita, non ne ho, e se dite che ce l'ho, beh, siete venuti a casa mia!).

E allora, per voi donnine alla lettura, ecco una semplice Lista di dieci vizi molto più dispendiosi della lettura. Redatta ad insindacabile giudizio dal sottoscritto.

10) Il fantacalcio. Per alcuni è la sola ragione d'esistenza. Ci sono quelli che ne fanno otto contemporaneamente. O anche di più. Se ci metti denaro in tutti, sei Cristiano Doni.
9) La corsa. E' un vizio sano, si direbbe, e invece no. Perchè tutti quelli che corrono abitualmente, oltre a spendere centinaia di euri per scarpe, magliette, calzoncini, scaldamuscoli, guanti, scaldaguanti, fascette, copricapezzoli ed etcetera, rompono continuamente le balle a chi non corre per convincerli a correre insieme. Salvo poi lamentarsi che vanno troppo lenti e abbandonarvi mentre arrancate ancora al primo giro. Dopo due giorni vi ritroveranno su una panchina ancora vestiti da corsa e ansimanti.
8) L'alcool. Bere fa male. Si sa. Molti però non lo sanno o pensano sia un frutto dell'ennesima ricerca inutile che fanno nelle università per giustificare i soldi che gli diamo con le tasse. Se ogni mese passi al supermercato per prendere casse di birre, hai un problema.
7) Il parrucchiere. Per molte donne è il pensiero settimanale. Alcune sposerebbero un parrucchiere solo per avere acconciature gratis ogni giorno. Per tagliarti due capelli, due, si pigliano quindici euro. Un vizio che va debellato già dopo il primo giorno di nozze. Aiuta tua moglie a smettere!
6) Le sigarette. Mia nonna continua a dirmi che devo smetterla di acquistare fumetti. Perchè sono dispendiosi. Le rammento che le sigarette sono peggio. Lei ribatte che non si dovrebbe comprare niente e mettere i soldi sotto al letto. E' una donna che ama divertirsi.
5) Le passeggiatrici. Ti diverti. Sicuramente. Se poi trovi la tua anima gemella(cosa che accade ogni tre per due in telefilm Rai che parlano di questo mondo) riesci ad avere notevoli sconti in futuro sulle sue colleghe. Alla lunga stanca. Ahahahaha, quando sono divertente.
4) Il gioco d'azzardo - la droga. Allo stesso posto, pari merito, gli sballamenti dei giovani e non solo e la vera droga del nuovo millennio: il gioco. Credete che un tizio che acquista dieci Milionario al giorno stia meglio del sottoscritto che acquisto dieci fumetti al mese? Se sì, siete fuori di testa anche voi.
3) Qualsiasi console. Sì. Fanno male. Se non riesci a completare un gioco prima di acquistarne un altro sei caduto nell'acquisto compulsivo di figate da videogame. Smettere è facile. Finisci un gioco poi ne acquisti SOLO un altro. Finisci quell'altro e continui così. Finchè lo stipendio te lo consente, finchè i vicini non ti denunciano perchè giochi a Guitar Hero dalle 3 di notte fino alle 10 di mattina.
2) Football Manager. Dio solo sa quanta fatica sto facendo oggi per non giocarci. Dopo una giornata vissuta tra: mattinata a giocare, pomeriggio pre-uscita a giocare, serata dalle 22 alle 2 a giocare, ho capito che la mia vita stava diventando lievemente indirizzata solo sulle partite del Cardiff City. Ecco. Ho voglia di acquistare giocatori. Se concludo questo post significa che ho vinto contro l'orrendo mostro.
1) La benzina. O pure il gpl. Ecco. Questo è il vizio più costoso in questi anni. Non andate a piedi, avete sempre bisogno della macchina pure per andare a trecendo metri di distanza? E allora pagate. Per fare un pieno ormai c'è bisogno di fare un patto col diavolo che, a sentire lui, ha qualche problema anche giù all'inferno. Ormai le fiamme si sono spente, senza combustibile, ed è diventato un agriturismo. Dice che si trova bene e che i dannati aiutano non poco in cucina, ma gli mancano i bei tempi in cui con cinquanta euro si bruciavano anime per settimane. Un problema comune a tutti.
Il pieno di benzina è diventato il nuovo Yeti. Nessuno lo ha più avvistato, nessuno sa se veramente esiste. E la luce rossa della spia è diventata, pian piano, la nostra amica dei viaggi solitari.

Se avete, oh mio folto pubblico composto da quattro persone, alcune vostre idee, ditemele e le boccerò in un secondo perchè saranno molto più divertenti delle mie.

PS: Ho scoperto che "Vizio" è il nome di una marca di tv. Ed ora avete capito il perchè della foto.

giovedì 23 febbraio 2012

Vola


Gira che ti rigira ogni giorno si fanno sempre le stesse cose. La routine però, certe volte, serve. Serve perchè fa capire l'importanza di certi momenti. Quei momenti che quando li perdi, ti sembreranno la cosa più bella che tu abbia mai fatto nella tua vita. Quando mi ci metto posso essere ancora più mieloso e adoratore di ovvietà come Fabio Volo. Solo che lui scrive libri da milioni di copie ed io no. Debbo iniziare a vedere i proverbi al termine del vocabolario e adattarli ad un mio romanzo. Se e quando lo scriverò.

Per il resto questa che seguirà è l'ennesima dimostrazione che la persona che ho accanto è quanto di meglio potessi mai avere. E che qualunque cosa faccia, qualunque cosa dica, la fa e la dice in un modo che ancora oggi mi rende idiota. Ed è un complimento.

La notte scorre
senza il tuo respiro
che dolcemente addormentato,
si proietta sul futuro.

Il vento soffia
senza il tuo candore,
mentre assopita sogni
orizzonti d'amore.

Il buio passa
senza nessun rumore,
la luce ritorna
con poche parole.

Le stelle brillano
ma al tuo risveglio:
i tuoi occhi gioiscono
ad ogni mio sguardo.


Il mondo si ferma:
solo te e io.

Niente ha più senso:
solo te e io.


Lo so, certe volte sono banale. E lo giuro: tornerò a scrivere cose sensate. Lo giuro.

 

lunedì 20 febbraio 2012

Resoconto Festival presente e futuro


Diciamoci la verità: quando arriva Sanremo siamo un po' tutti accomunati da questo evento. Pure quelli che fanno gli snob e alla fin fine sanno voti, cantanti, ballerine, soubrette e comici di quart'ordine. Che poi con l'avvento di Twitter, che è una vera e propria piazza multimediale che non ha tempo per note di settecento parole, come accade su altri luoghi, per far capire cosa sta succedendo e perchè stia accadendo. Twitter è stato il vincitore di Sanremo2012. E questo è male, per alcuni.
Per la Rai questo significa far pagare il canone anche a chi ha un computer, un Iphone, uno smartphone, un termosiphone, e una porta scorrevole. Perchè ovunque, con qualche riflesso strano della luce, può essere vista la Clerici che impasta gli gnocchi. E quando vedi Antonellona che sbatte il mestolo sobbalzando il reale decolletè, devi pagare. Suona un po' strano ma è così. Quindi anche se vivi in una casa con le finestre a specchio, senza tv e senza registratore, e senza mobili, devi pagare. Perchè quello sotto di te si sta sentendo Bruno Vespa per conciliarsi il sonno ed anche tu stai usufruendo del servizio. Quindi paga sennò ti si manda Equitalia o direttamente il cavallo della Rai sotto casa. Ma questo è un altro discorso.

Twitter ha vinto Sanremo2012. Sembra che abbia vinto Emma ma si è piazzata seconda. Il fatto di vedere un evento nazionale tutti insieme porta a sentirci più uniti. Come se a casa propria ci sia un gruppo d'ascolto fatto di migliaia e migliaia di persone dove ognuno esprime una sua opionione. Ci sono quelli che fanno divertire, quelli che sono molto terra terra e si limitano a tifare per il proprio beniamino(molto probabilmente Giggi, o reduce da Amici, in modo sgrammaticato) e quelli che insultano tutto il tempo la manifestazione, senza considerare che hanno perso minimo 4 ore della loro esistenza a vedere qualcosa che non volevano vedere facendo l'impressione di quelli che vanno ad una festa ma si mettono in disparte, sicuri di fare così acchiappo facile.
Twitter vince, i blog ne parlano a frotte, Il Post ci crea pure una rubrica di Makkox in Sanremo(spassosa, che vi si consiglia come vi si consiglia un pediluvio dopo una bella corsa tonificante) e tutt'Italia, per cinque dì, è bloccata per sapere chi non si merita di vincere Sanremo. Perchè si sa, chi arriva primo normalmente doveva arrivare ultimo. E chi arriva ultimo doveva arrivare ultimo. E viceversa. (Non avete capito? Siamo in due!)

In tutto ciò anche io, modestamente, ho scribacchiato sul social network cinguettante ogni cinque minuti visionando Morandi che cercava di non passare per omofobo, cosa che difficilmente gli riusciva, ma credo sia in buonafede. E soprattutto sperando che Celentano mi cantasse "Il tempo se ne va" tra un impropero ed un altro contro Avvenire, Famiglia Cristiana e quel deficiente di Aldo Grasso. Non l'ha fatto, intristendomi non poco. Non credo avrà più molte altre occasioni di andare in tv. In tutto ciò volevo fare una lsita dei tweet più spassosi che io abbia scritto in questi cinque giorni di tv spazzatura mista a grande spettacolo condito da farfalle tatuate, ma mi sarebbe sembrata come una sorta di auto-esaltazione personale che sinceramente non ci tengo a fare.

Vi rimando qui per la lista dei miei tweet. Così ve la potete scrollare con calma se vi potrebbe minimamente interessare.

Qui vi scribacchio la lista delle dieci cose che non sapete sul Festival di Sanremo appena concluso!

10) Celentano nelle canzoni in inglese era doppiato. Da un tizio che non conosce l'inglese.
9) Morandi in realtà è deceduto la prima sera. Successivamente hanno preso il sosia di Paul McCartney che si è prestato volentieri a finire la conduzione del festival. Ovviamente Gianni era il Paul McCartney italiano.
8) La canzone degli omosessuali de I Soliti Idioti è scritta da Povia.
7) Nell'ultima serata, per creare un simpatico sketch originale, Rocco Papaleo si è vestito da Ivana, Ivana si è vestita da Morandi, e Morandi si è vestito da Celentano. Celentano, in tutto ciò, vedendo il proprio ruolo occupato, ha preso il suo compenso ed è tornato a casa.
6) Il nude look dell'ultima puntata di Ivana è un omaggio alla Rai che ormai ha buchi da tutte le parti.
5) Elisabetta Canalis è ancora sul palco ma nessuno la vede perchè è di traverso.
4) Il significato delle canzoni in inglese maccheronico di Celentano è sempre da riassumersi in un'unica considerazione personale del Molleggiato: "Perchè la Mori e non la Muti?". Ovviamente la tristezza lo fa straparlare.
3) Loredana Bertè è Nilla Pizzi.
2) La farfalla di Belen serviva solo per sviare l'attenzione del pubblico dalla canzone di D'Alessio-Bertè.
1) Un tizio in sala che ha riso ad una battuta de I Soliti Idioti è stato fatto internare.

Cinque notizie dal futuro su Sanremo2013!

5) Maria de Filippi indecisa sulla vittoria tra Emma, Dennis, Pierdavide, Alessandra, Leon, Antonio, Ivan, Marco e Federico. (Fortuna che esiste Wikipedia, n.d.r.)
4) La soubrette straniera, Paris Hilton, sconvolge con la rappresentazione del suo famoso film sul palco dell'Ariston.
3) L'ospite straniero internazionale, Lady Gaga, viene ritrovata senza vita nel suo albergo con dieci coltellate in petto. Successivaemente si scopre che era solo marketing virale per il suo nuovo disco "Coltellate in albergo".
2) Il festival viene condotto da Paolo Limiti che ogni cinque minuti si addormenta sul palco.
1) Vince il Festival di Sanremo: Justine Mattera. Che respinge le accuse di favoritismi da parte del presentatore.


I prossimi duetti di Gigi D'alessio.

10) Tutti i cast di Amici riuniti assieme.
9) Platinette vestita da Platinette.
8) Povia.
7) Platinette vestita normalmente da Mauro Coruzzi.
6) Paolo Limiti.
5) Malgioglio vestito da Mauro Coruzzi.
4) I coro delle voci bulgare di Secondigliano.
3) Edinson Cavani.
2) Ornella Vanoni e Iva Zanicchi.
1) La farfalla di Belen.

Se volete sapere le venti canzoni che avrebbero dovuto partecipare a Sanremo di quest'anno ma che Morandi ha cassato solo perchè non erano cantate da nessun Amico di Maria basta cliccare qui.

sabato 18 febbraio 2012

Re-re-respirare


Sono un cantante da venticinque anni. Mi sbatto, mi sono sempre sbattuto per far sentire a tutti la mia musica, ciò di cui vado fiero. Ho fatto tanta gavetta, un giorno incontro il mio mentore, si chiama Mario. Mi prende sotto la sua ala protettrice e mi porta via, verso la fama che non avrei mai pensato di avere. Sia chiaro, io prima facevo matrimoni, comunioni e altre bagatelle. Forse avrò pure cantato in qualche cerimonia dove era meglio non creare casini, che poteva finire male, ma chi sono io per rifiutare ingaggi quando mi servono per mangiare?
Comunque Mario è un santo. Mi presentò quasi agli occhi dell'Italia come suo figlio, e mi sembra pure che suo figlio facesse il cantante ma con me sembrava avesse più voglia di darmi una mano. Non ho mai capito perchè, forse gli piaceva la mia musica, gli ricordava la gioventù.
Mario mi da il "la" quando ho bisogno di uscire dai dintorni della mia regione. Diventai qualcuno piano piano. Feci un cd che suonarono anche a Milano, mi sentì felice, mi sentì al settimo cielo, mi sentì veramente qualcuno. Mia moglie fu entusiasta, i miei figli furono orgogliosi di avere un padre così. Dicono che dovrei imparare a parlare italiano più decentemente, dannato dialetto, non riesco a non farlo sentire. Ci provo.
Niente. Passano gli anni e una frangia di italiani mi disprezza, qualsiasi cosa io faccia. Nino mi capirebbe, anche lui ha iniziato così. Andava in giro con un caschetto biondo e faceva film in cui la ragazza più bella del paese si innamorava di lui. Erano fantascienza, ma sfondava. Ora è diventato più anziano e riempie i teatri. E' diventato un cantautore. Io lo sono ma non mi rispettano. Non ne capisco la differenza.
Forse sono i capelli, non ne ho mai avuti tanti. Forse mi manca l'aspetto giovanile. O forse è che non ho mai fatto duetti con nessuno tranne che con Anna. Anna. La mia ragazza. Si lo so, avevo una moglie, ma succede che un'altra donna ti faccia andare via di testa. E che colpa ne ha Anna se ha vent'anni di meno di lei, mi sarei innamorato lo stesso pure se avesse avuto vent'anni di più. Giuro.
Devo farmi amare. Devo farmi capire, devo convincere il pubblico italiano che sono un autore completo. Tralasciando i due film che ho fatto, dove la miglior guest star oltre Mario è Giorgio Mastrota(che non ho mai capito perchè sia famoso), devo lanciarmi sul palco di Sanremo con qualcun'altro. Non da solo col pianoforte come faccio sempre. Perchè lo so suonare il pianoforte, ma non lo dicono mai. Sarà perchè sono terrone, forse. Sarà una sorta di antimeridionalità eccessiva. Ma non so perchè non funziona mai con Nino.
E sì. Andiamo di nuovo a Sanremo. Non è la prima volta che ci vado, dicono tutti che Sanremo è morto e poi la gente sta sempre davanti alla tv a vederlo, quindi è il panorama giusto. Mi scelgo una persona forte e sfondiamo. Ne sono sicuro.
Loredana, scelgo te.
E per la serata con gli ospiti italiani divento giovane, come Nino con il caschetto, mi metto una giacca di pelle e faccio finta di essere un discotecaro. Quest'anno sfondiamo, me lo sento.

PS: Anna, ma tra tutti i vestiti che c'avevi, proprio quello che ti mette le coscie da fuori dovevi metterti?

Giggi

(Liberamente tradotto dal napoletano)

giovedì 16 febbraio 2012

Passato e ritorno



Facciamo finta che siamo tornati indietro nel tempo. Come accade in Lost, come accade in Fringe, come accade normalmente in Doctor Who, a ciò che ne so. Facciamo finta che siamo in un anno in cui non esiste Twitter, io non ho alcun blog, Facebook non è conosciuto in Italia e si va' su internet solo per trovare gente che condivide i tuoi stessi interessi. Perchè questo era internet, in passato. Che poi gli interessi si sa quali sono della maggior parte degli esseri umani, soprattutto quelli maschi.
Facciamo finta che torniamo indietro e vedo me stesso, me stesso me medesimo, in una relazione con una ragazza. Mi vedo ma non mi riconosco. Sono io, mi sembro me, la faccia è la stessa, i capelli sono alla Beatles scaduto, l'ironia e le battute sono quelle orrende che faccio abitualmente ma non mi riconosco. Tralasciamo i mesi successivi e torniamo ad un'altra annata.
Facciamo finta che sia Gennaio, che faccia freddo e che accanto a sempre me medesimo ci sia un'altra ragazza, completamente diversa, completamente da amare. Facciamo finta che questa ragazza mi rende felice, perchè lo fa, mi rende felice. Facciamo finta che contemporaneamente cerco di renderla anche io felice, come posso, con le parole, con la musica, con la poesia, con qualsiasi cosa esca dal cervello bacato che spara ironia, battute orrende e comprende pizzetto e capelli alla Beatles scaduto. Ecco. E sono di nuovo lì, a guardarmi. Come ho fatto prima.
E continuo a guardarmi mentre l'inverno scompare, insieme alla primavera, all'estate e all'autunno. E queste stagioni si succedono ancora una volta e un'altra ancora. E si arriva a quest'anno, a quando mi ricongiungo con quel me che se n'è andato via per qualche attimo a controllare nei ricordi. A capire chi era se stesso. A capire chi è se stesso. E mi vedo. Sono io. Mi riconosco. Sono sempre io.
Sono accanto a lei e non cambio, non muto, non involvo. Forse evolvo pure ma nel complesso sono sempre io. La rispetto, mi rispetta, la vivo, mi vive, la amo, mi ama.
E' la donna che si cerca se si vuole quel sentimento sincero che non vuole conflitti, non vuole dolore, non vuole tristezza. E' la donna perfetta per quel tipo d'uomo che vuole avere almeno una sicurezza nella vita: l'amore. Che non è mai sicurezza pure se conosci la tua donna, o il tuo uomo, da vent'anni. Non è mai sicuro. Di sicuro c'è solo una cosa, direbbe mia nonna, ma forse s'è sempre sbagliata.

Di sicuro c'è che ti amo, direi alla persona al quale tutto ciò è sempre stato dedicato. Di sicuro c'è solo quello a questo mondo. E spero che per te sia uguale.

Mi guardo indietro e vedo me stesso ma diverso. Mi guardo ora e vedo me stesso, quello che conosco. E che sa di essere innamorato ogni giorno che passa, sempre di più. Se mai fosse possibile.
Sinceramente, poi, una donna che si intristisce perchè non può accompagnarti in fumetteria, è una donna da non lasciarsi mai scappare.

Post per non-san-valentino. Perchè non è il giorno, la festa comandata, a farci sentire più innamorati o meno. Questo vale almeno per il sottoscritto.

martedì 14 febbraio 2012

Non sarà mai vero...




Non sarà mai vero quello che ti diranno su di me.
Perché tu sai quello che mi porto dentro e non mi riconoscerai in quelle voci.
Non potranno mai dirti il mio nome, quando ti parleranno di me.
Mi descriveranno in mille modi diversi e ti mostreranno tutto quello che credono di sapere su di me. Ma tu saprai che niente di quello che ti verrà detto assomiglierà a quello che sono.
Perché tu sai cosa si nasconde dietro le mie immagini, le mie facciate disordinate e le parole vuote che getto in pasto alla mia solitudine.
Perché tu hai il potere di vedermi quando neanche io mi sono ancora riconosciuto.
E non avere paura di me. Non avere paura dei miei silenzi sbagliati, delle mie insicurezze ricoperte di rabbia, dei miei piedi così stanchi da non voler più camminare.
Tu sai tutte queste cose. Le conosci ascoltando il battito del mio cuore, lo stesso cuore che ti ho donato e che non vorrei mai avere indietro. Quello stesso cuore che porti dentro e che a volte fai fatica a riconoscere.
Ma non staccare le tue dita dalle mie, non lasciare che la mia figura indistinta sbiadisca quello che di mio tu possiedi come nessun altro ha mai fatto.
Respira il mio stesso silenzio, saprai che è fatto degli stessi suoni che respiri anche tu. Perché da qualche parte, su strade così lontane da non essere ancora visibili, tu sai che io e te stiamo camminando insieme, mano nella mano.
E anche se non possiamo guardarci negli occhi, anche se il tramonto sembra arrivare sempre troppo presto, io e te siamo lì.
Vestiti delle stesse identiche paure di lontani amanti solitari, viaggiatori che affidano al vento sussurri di speranze e germogli di futuro.
Non sarà mai vero quello che ti diranno di me. Non sarà mai vero il nome che mi daranno, il colore che mi attribuiranno, l’immagine con cui giocheranno. Perché ai loro occhi sarò solo un riflesso, un sottile gioco di luce che si diffonde senza mai svelarsi davvero. A nessuno se non a te, che mi custodisci tra le mani come un segreto troppo fragile per essere mostrato.
Non svelarmi, non aprire le tue mani se non per guardarmi e proteggermi dal mondo in cui mi perdo.
E bacia la mia essenza, falla scorrere tra le tue dita, fai riposare i tuoi occhi tra i miei.
Anche solo per un attimo, il tempo di ritrovarmi e di scaldarti.
Poi chiudi la tua mano e tienimi lì, portami nei tuoi giorni e nelle tue promesse.
Per ora non posso essere altro, un cuore piccino che viaggia con te in attesa che il suo corpo lo raggiunga e ti stringa più forte che abbia mai potuto.

Alla mia Paola, per ora e per sempre.

Addio


Il giorno dopo per Margherita iniziò benissimo. Il sole splendeva così alto e rigoglioso in cielo che niente e nessuno poteva causarle dolore, o il minimo fastidio. Michela al suo ritorno in camera, la sera prima, l'aveva tempestata di domande su cosa fosse successo con Enrico, il misterioso ragazzo che l'aveva conquistata già con il primo sguardo il giorno prima. Lei aveva risposto con mezzi sorrisi, e mezze ammissioni. Rivelò solo che c'è stato un bacio, e Michela entrò in quella spirale di romanticismo che le fece progettare matrimoni, figli e felicità e contententezza come nelle fiabe. Margherita riuscì a dormire con molta difficoltà, ancora eccitata dal momento, ma quando accadde scivolò in un sonno profondissimo.
La colazione è il pasto più importante della giornata, soprattutto quando sei in vacanza ed è compresa nel prezzo. Margherita non se lo fece ripetere due volte e assaggiò qualsiasi cosa inzuppandola nel latte o mischiando lo yoghurt con i cereali. Era elettrizzata pensando al momento in cui sarebbe andata con i suoi compagni di classe in escursione e li avrebbe accompagnati anche Enrico, quel ragazzo decisamente più maturo dei suoi colleghi, decisamente più bello, sicuramente più interessante. L'aveva mitizzato in una serata e non se n'era resa conto, decise di calmarsi per qualche istante e poi riprendere il suo entusiasmo. Lo fece.

Al momento della partenza i due istruttori, uno per la classe, uno per lei, erano arrivati in perfetto orario ma non v'era traccia di Enrico. Margherità lo cercò in ogni angolo dell'agriturismo con lo sguardo, voleva essere sicuro che non stesse in ritardo o che avesse avuto qualche contrattempo. Non lo trovò. L'escursione iniziò senza di lui e terminò allo stesso modo. Non ne fu felice. Nemmeno cavalcare il pony più bello della scuderia le causò un sorriso. Era preoccupata per il ragazzo, e aveva paura a definirlo il Suo ragazzo.
Pure la sera, a cena, non l'aveva visto. Dopo aver consumato il proprio pasto aveva atteso che tutti gli altri ritornassero nelle proprie stanze. Aveva aspettato che qualcuno giungesse a preparare la sala ricevimenti in modo da consentirgli di ballare. Aveva atteso fino alle 23. Poi, intristita, era tornata nella sua stanza e le lacrime le scorrevano senza che se ne accorgesse. Possibile che l'aveva solo illusa? Che l'aveva solo considerata per una notte? In quella stessa giornata erano arrivati altri ospiti, altre famiglie, altre ragazze. Possibile che aveva abbandonato lei per agguantare altre prede, non ci voleva pensare ma rimase fino a tarda notte a rimuginare su quest'ipotesi. Michela non chiese nulla al suo rientro, il suo viso era sicuramente la miglior risposta si potesse mai ricevere.
Il giorno successivo passò veloce. Margherita viveva in una sorta di apatia generale che non le permetteva di godere al meglio delle bellezza che la natura circostante le offriva. Arrivò a cena trascinandosi quasi sulla sua sedia, incapace di mangiare, incapace di parlare. Non avrebbe mai pensato di soffrire così tanto per un ragazzo, figuriamoci per uno che aveva appena conosciuto. La sera si addormentò prima, non si fermò ad aspettare che Enrico arrivasse magicamente nella sala dei ricevimenti, e iniziò a farsi coraggio ed ad auto-ammettere di essersi sbagliata sul suo conto. Fino al giorno successivo. Quello della partenza.

Margherità guardò il pulman che l'avrebbe riportata a casa, dai suoi genitori, alla solita routine. Ci rimase male per non essersi goduta in pieno quei quattro giorni di libertà. Ci rimase male ed addossò la colpa ad Enrico, avrebbe fatto meglio a non farsi mai vedere, a non esistere, a non distruggere la sua vacanza con le sue parole inutili. A non farsi trovare di fianco a lei, in quel momento. Lo guardò, come si nota un fantasma in un castello scozzese. Lo fissò per un attimo come spaventata da quella sua presenza. Lui le si inginocchiò davanti e le parlò silenziosamente.
"Non posso stare troppo a lungo qui, tieni questa" - le consegnò una lettera - "leggila quando starai tornando verso casa, non ora, non tra cinque minuti, quando sarai lontana da qui. Leggila e forse mi perdonerai. T'ho voluto bene dal primo istante, ricordatelo. Ora scappo. Scusami." - e come un fantasma se ne andò.
Margherità fissò a lungo quello spazio vuoto accanto a se convinta di averlo sognato. Osservò la lettera che aveva tra le mani, c'era. E salì sul pulman rigirandosela di tanto in tanto. Attese con calma l'avvio del mezzo, e dopo mezz'ora di cammino decise di aprirla. Era scritta a mano, di suo pugno, e portava la sua firma alla fine. La lesse con calma.

"Margherita,
scusami per essere sparito ma non è stata colpa mia. Lo so, sembra una squallida giustificazione, ma dopo quel bacio per me sono successe molte cose. Ho capito che sei meravigliosa, che sei una ragazza che deve essere amata in ogni attimo della tua esistenza da una persona che ti meriti. Io vorrei essere tanto quella persona. Ma ho dei limiti.
Mio padre, come hai potuto notare, non era affatto entusiasta quando ci ha scoperti, l'altra sera. Mi ha proibito espressamente di vederti, per il bene della nostra azienda, ha detto, e purtroppo, essendo sotto la sua giurisdizione, ho dovuto a malincuore accettare. Ho sofferto come hai sofferto tu. Mi sei mancata. Ti ho visto solo un giorno, per massimo per due ore e mi sei mancata. E credo che da oggi in poi mi mancherai sempre più. 
Vorrei raggiungerti ovunque tu sia. Vorrei abbracciarti per ore. Vorrei sentirmi un unico corpo con te, come l'altra sera. Con solo la musica a farci compagnia.
Ti lascio la mia email, se vorrai sentirmi. So che è difficile ma preferirei sentirti, piuttosto che abbandonarti per sempre.

Enrico"

Margherita strinse a se quella lettera. Un sorriso le fiorì sul viso osservando il verde fuori dal finestrino, che mano a mano scompariva per far posto alle costruzioni ed al cemento. Poi si assopì per tutto il tragitto.

Passarono dieci anni da quel giorno. Margherita amava il mare d'inverno, lo apprezzava molto più di quello d'estate. Odiava quella massa di gente oliata che fingeva di divertirsi al sole, mentre i raggi ultravioletti gli invecchiavano la pelle e li esponevano a malattie gravi. Però ridevano, ridevano sempre. Ridevano perchè dovevano, ridevano perchè considerando quanto avevano speso per quella settimana di ferie dovevano per forza divertirsi, erano obbligati. Lei non aveva mai avuto quel problema. Era nata in una località di mare, ma non l'aveva mai apprezzato. Solo d'inverno lo amava. Perchè era più forte di tutti loro ed ignorato, quasi come se non esistesse, fosse solo un brutto sfondo.
Fissò a lungo le onde che si colpivano con forza in un ciclo perenne dominato dal vento. Poi decise di tornare a casa. Con leggera difficoltà avanzò un piede alla volta nella sabbia. Camminava. Leggermente, pochi tratti ma camminava. Riuscì a raggiungere la sedia a rotelle che aveva messo in disparte, per non farla sporcare dalla sabbia umida. Ritornò su di essa e partì per raggiungere casa e il suo compagno. Conviveva ormai da due anni ed era nell'aria l'idea di allargare la famiglia. Era felice. Stava con colui che qualche anno prima le aveva fatto capire che era bella, e che niente e nessun'altro le avrebbero mai potuto convincere del contrario. Si chiamava Carlo. Era un simpatico ragazzo che aveva conosciuto negli anni universitari. Si erano piaciuti da subito.
Non parlò mai più con Enrico dopo quella vacanza, non dal vivo. Gli scrisse qualche email ma erano parole vuote, segno che la magia era durata solo per un battito di ciglia. Ma lo avrebbe sempre ringraziato comunque.
Per quel primo bacio. Per la musica di George Michael. Per la sensazione di sentirsi un corpo solo, pur essendo due.

(Fine)

lunedì 13 febbraio 2012

Volo


Margherita parlò del suo incontro fugace del pomeriggio con la sua amica, quando lei ritornò dall'escursione con la sua classe. Era raggiante e non sapeva esattamente bene il motivo per cui lo era. Michela le faceva domande private su quel ragazzo ma lei non sapeva realmente come rispondere, lo aveva visto così poco ma già le era bastato. Poi quella proposta, quell'appuntamento programmato per il dopocena, quando ognuno dei suoi compagni di classe sarebbe rimasto nelle proprie stanze, un po' la preoccupava e la lusingava.
Rimuginò per tutta la durata della cena se effettivamente presentarsi nella sala dei ricevimenti. Voleva portare almeno Michela ma lui aveva detto di no. Da sola. Si voleva fidare. Si voleva veramente fidare, d'altronde aveva un sorriso così buono che era difficile pensare che fosse una persona cattiva. Ne era certa, poi si faceva prendere dal panico e si autoconvinceva che era meglio non andare. E se fosse stato tutto uno scherzo degli idioti del suo gruppo? Potrebbe essere. Ma quando avrebbero mai parlato con Enrico, quando avrebbero mai avuto il coraggio di parlare con qualcuno che era chiaramente più adulto di loro, pensò. Tra paura e entusiasmo, Margherità si presento.

In mano il cellulare, aveva concordato con Michela che al primo accenno che qualcosa stava andando in modo strano, le avrebbe fatto uno squillo prolungato e l'avrebbe raggiunta con scopa, forcone o con un esercito di formiche. Qualsiasi cosa per liberarla, le aveva assicurato. Margherita si era sentita realmente meglio. Arrivo nella sala che era decisamente illuminata, alla sua professoressa, quando l'aveva notata uscire dalla camera, le aveva assicurato che sarebbe scesa a fare solo un giro, l'immobilità le stancava. La tutrice, sicuramente ancora imbarazzata per l'errore del pomeriggio, le aveva dato il permesso sfoggiando il suo miglior sorriso, Margherita ricambiò.
I tavoli della sala erano tutti disposti contro il muro, così come le sedie. Il corridoio ora sembrava incredibilmente più ampio. Una radio vecchio modello, un mangianastri dei primi anni novanta, si ergeva su uno dei mobili accantonati. Ad un tratto, quando lei stava ancora osservando quella scena, arrivò Enrico. Era scalzo, ed indossava solo un pantalone che gli arrivava alle caviglie. Sopra, mostrava il fisico asciutto non da palestrato ma che sapeva ben difendersi. Margherita avvampò in un attimo.

Enrico la fissò divertito per un secondo, poi le parlò.
"Non hai mai visto un ragazzo mezzo nudo?" - rise.
"No...cioè sì...cioè no." - balbetto.
"Ho capito, non hai molto le idee chiare. Comunque ti ringrazio per essere venuta. Diciamo che per segretezza questo appuntamento sembrava quasi un incontro al massacro." - sorrise ancora.
"Ma no, cosa stai dicendo!" - cercò di sviare lei.
"Il tuo cellulare che tieni stretto in mano per ogni evenienza. Sai, potrebbe sempre accadere che ti salto addosso in preda amorosa...o pervertita!" - disse, provocando in Margherita l'unica scelta possibile: inserire il cellulare nella sua tasca destra.
"Ecco. Ora che sei assolutamente sicura che non cercherò di importunarti, ti voglio mostrare una cosa." - affermò avvicinandosi al mangianastri. Cliccò sul pulsante "play", si diresse al centro della sala, le fece un cenno di intesa e appena la canzone iniziò Enrico volteggiò con grazia e leggerezza verso l'ingresso della sala.

Era un ballerino, pensò Margherita, che stupida sono stata a preoccuparmi, continuò. Enrico saltellava elegantemente da un estremo all'altro della sala, nell'aria suonavano le stesse note che Margherità udì nel viaggio d'andata. George Michael ed Enrico sembravano in quel momento un'unico corpo ed un'unica voce. Con veloci e contemporaneamente dolci movimenti del corpo il ragazzo mostrava alla sua spettatrice tutto ciò che sapeva fare. Margherita era estasiata, una lacrima le scorse sul viso e non potè fare a meno di applaudire quando il pezzo finì e Enrico concluse l'esibizione fermandosi al centro della sala, affaticato ma senza mostrarlo, inchinato in avanti per apprezzare al meglio il suo entusiasmo. Il ragazzo, ripresosi un attimo dopo, si avvicinò leggiadro a lei e notò quell'unica goccia fuoriuscirle dagli occhi. La prese con un dito, la assaggiò notando il suo stupore.
"Non mi sembra ancora perfetta. Direi di metterci un altro po' di sale prima di buttarci la pasta" - affermò, provocandole un sorriso stupito.
"Sei bravissimo. Mi sono commossa a vederti ballare."
"Non è vero. Non sono quello che dici ma potrei cavarmela nel mondo fuori se mi alleno duramente per altri dieci anni giorno e sera. Peccato che avendo un agriturismo da mandare avanti, non potrò mai farlo." - confessò.
"Ma no. Non puoi permetterti di buttare all'aria il tuo sogno. Ci sei portato. Si vede. E emani emozioni solo muovendoti. E' così bello poter fare ciò che tu fai..." - si intristì. Enrico scorse un altro paio di lacrime che facevano capolino scendendo dalle sue guancie.
"Sei triste perchè tu non puoi ballare?"
"..."
"Sai che non è niente di più sbagliato pensare che tu non puoi ballare?" - disse, facendole alzare la testa di scatto.
"Cosa?"
"Senti la musica dentro, vivila nell'esatto momento in cui scorre sul nastro, falla diventare il tuo respiro, la tua colonna sonore al posto dei tuoi pensieri, esisti solo tu e la musica e vedi che anche tu potrai ballare." - le rivelò.
"Capisco la poesia del momento, ma è difficile che io possa alzarmi e puntare i piedi a terra per poi effettuare volteggi come i tuoi!"
"E chi lo dice? La musica è dentro. Il tuo corpo è solo un mezzo, sta a vedere..." - si avvicinò al mangianastri scorrendo in avanti il pezzo successivo. Si fermò per controllare se non l'avesse superato e appena la musica partì le porse la mano. Margherita sembrava restìa ad accettare il suo invito, d'altronde come si sarebbe potuta muovere degnamente accanto a lui con quella sedia che si portava dietro ovunque andasse. Dopo l'attimo iniziale di titubanza allungò la mano e lui, con una delicatezza estrema, la alzò dalla sua posizione.

Margherita non se l'aspettava, non era preparata a ciò. Enrico l'aveva presa in braccio e la rendeva partecipe del suo movimento. Entrambi, insieme, andavano a tempo con la musica e nello stesso momento si sentivano un unico corpo. Decise quindi di stare a sentire i consigli di lui e si abbandonò completamente al pezzo che scorreva lento ed inesorabile nella radio antica. Era ancora George Michael, era Careless Whisper. E lei la sentiva scorrere dentro di se anzichè fuori, nella sala, nell'aria che permeava il loro ballo sensuale e nello stesso tempo innocente. Enrico la trattava come una bambola di porcellana, che poteva rompersi ad ogni tocco più deciso, lei acconsentiva a quella gentilezza e al termine nella canzone si ritrovarono faccia a faccia, occhi negli occhi, bocca contro bocca. E il baciò tra loro suggellò quell'unione momentanea di corpi.
Il suo primo vero bacio, pensò in seguito Margherita, il migliore che le potesse mai capitare. Interrotto nel momento più bello dall'urlo deciso del padre di lui.

Enrico subì un'orda incontrollata di insulti che lo fecero sobbalzare. Staccò per un attimo la presa sui fianchi di lei ma la riagguantò un secondo dopo, quel tanto che bastava per dare a Margherita l'impressione di cadere verso il vuoto. La fece sedere delicatamente sulla sua sedia e a capo chino continuò ad ascoltare il suo genitore fargli la ramanzina. Dopo cinque minuti di chiacchiere a senso unico, se ne andò lasciando lui e lei imbarazzati a centro sala. Margherità fu la prima ad interrompere il silenzio.
"E' meglio che vado in camera. E' tardi ormai." - annunciò.
"Non avrei saputo interrompere al meglio questo momento di panico". - confessò lui.
"Ci rivediamo domani?" - chiese, speranzosa.
"Sì...domani...certamente domani..." - affermò lui, guardandola negli occhi. Un ultimo bacio avrebbero entrambi desiderato ma nessuno dei due ebbe la forza, e l'ardire, di avvicinarsi all'altro.
Margherita abbandonò la stanza e si diresse in camera sognante.

(4 - Continua)

domenica 12 febbraio 2012

Eh vabbuò...


Il blog non è aggiornato da Giovedì, ORRORE! Quindi, dato che nemmeno oggi credo di essere in grado di scrivere cose sensate o che almeno abbiano una premessa decente, vi copio-incollo una cosa che ha fatto un'altra persona in cui ci sono anche io.

Mi spiego meglio: il tempo è tiranno(e sto pure in un periodo di ferie forzate, figuriamoci un po'), ma arrivi improvvisi di parenti, partite di calcio improvvisate e serate di giochi improvvise(mi piace tanto st'aggettivo si nota?), portano a rivedere un po' i piani in cui una persona gentile e amorevole con un proprio pubblico(i due tizi che ogni tanto fanno "mi piace") riesca finalmente a scrivere raccontini o spaventevoli stupidate per dare loro sollazzo. In questo periodo, ciò, non avviene. Quindi, dato che sono troppi tre giorni di non postaggio, vi copio-incollo una cosa idiota che nella nostra pagina privata di autori di Acido Lattico, abbiamo partorito in mezza giornata.

Alt! Voi sapete cos'è Acido Lattico no? Il blog di autori, alcuni proprio con la A maiuscola io nemmeno ce l'ho la "a", che si diverte a fare satira politica e sociale sui fatti del giorno. Sì. Già ve l'ho detto. E sapete bene che ci sono anche io. Non sono al livello dei miei compari d'avventura ma una battuta ad ogni morte di Ratzi-Ratzi il Magnifico(o ad ogni frase sensata di Alemanno) va' a finire che me la pubblicano. E ieri, casualmente, dopo la visione dell'orrido video esclusivo del Tg5 sul disastro della Concordia, abbiamo stilato una serie di frasi assurde che potevano terminare con la classica frase che il coraggioso Capitan Schettino(idolo di tutti noi) ha pronunciato quando la tragedia stava avvenendo.

Quindi. In quanti altri casi il mondo ha risposto con "Eh, vabbuò?" Leggeteli or ora giusto qui sotto. O se volete leggerli sulla pagina ufficiale di uno degli autori (il Professor Woland) basta cliccare sul link che vi ho inserito. Attenzione quindi, tutto ciò non è mai apparso su Acido Lattico perchè un po' ce ne vergogniamo. Abbiamo anche noi un po' di misero orgoglio.

"Perché lo fai, Whitney? Se continui così ti ammazzi!" "E vabbuò..." (Pierpaolo Buzza)

‎"Hanno preso la Bastiglia? Ma sì, cosa vuoi che facciano quei quattro morti di fame. Cara, noi siamo il Re e la Regina!" "E vabbuò..." (Matteo Adami)

‎"Cavaliere, a Milano si candida un certo Pisapia". "E vabbuò...". (Augusto Rasori)

"Presidente, Osama non sembra più intenzionato a collaborare. Ed ha fondato una cellula terroristica." "E vabbuò..." (Davide Paolino)

‎"Ma sono minorenne!" "E vabbuò..." (Stefano Cao)

‎"Come pittore fai cagare, Adolf". "E vabbuò..." (Eddie Settembrini)

"Tu insisti, Cristoforo, ma secondo me l'India è da quell'altra parte". "E vabbuò..." (Eddie Settembrini)

‎"Onorevole Craxi, hanno arrestato Mario Chiesa!" "E vabbuò..." (Massimo Baboo Meoni)

"Guarda Giulio che quel Mattarella sta facendo troppo il matto. O ci pensi tu o ci pensiamo noi". "E vabbuò..." (Pierpaolo Buzza)

"Arrigo, il rigore lo vuole tirare Baggio!" "E vabbuò..." (Pierpaolo Buzza)

‎"Non bere troppo che devi accompagnare Diana e Dodi". "E vabbuò..." (Eddie Settembrini)

"Con questi dirigenti non vinceremo mai!" "E vabbuò..." (Pietro Senatore)

‎"Adesso non posso nemmeno citare le battute che mi piacciono?" "E vabbuò..." (Piero Lisi)

‎"Massimo, ma secondo te Berlusconi non è che ci frega con la bicamerale? E vabbuò..." (Matteo Adami)

‎"Fermiamoci un attimo ragazzi, sembriamo Ballaròza!" "E vabbuò..." (Andrea Canavesi)

‎"Amore, scusa se ti sono venuto in bocca" "H vbbrgò" (Andrea Bonechi)

"Mr. Lennon, che mi fa un autografo?" "E vabbuò..." (Stefano Cao)

 *Nella foto: il comandante Schettino cerca il primo Hotel disponibile all'isola del Giglio.

giovedì 9 febbraio 2012

Lettera ad un tizio che non conosco


Caro tizio con l'Android,
da quando ha comprato quell'aggeggio di cui io non sono nemmeno a conoscenza di come sia fatto, la mia vita è cambiata.
Stranamente, da martedì scorso, la mia ricezione wifi non vede come prima linea accessibile quella del mio modem ma la tua, tizio con l'Android. Non so perchè. Forse vivi nella mia dimora e non me ne sono reso conto? O forse hai posizionato il tuo segnale sul mio in modo da farmi odiare che esiste il wifi e che esistano queste robe postmoderne che io ancora, purtroppo, non riesco a capire.
Cosa vuoi, tizio con l'Android?
Vuoi che io ritorni al vecchio cavo Ethernet, che mi metta seduto su una scrivania a scrivere mentre potrei stare nel mio letto caldo e rilassato che scribacchio di piacere? Vuoi che mi prenda un sonoro raffreddore o peggio, un febbrone da cavallo?
Questo tu vuoi, tizio con l'Android. Da quando ci sei tu io non vivo più. La connessione wifi nei tempi buoni mi dura mezz'ora, forse un'ora al massimo. Certe volte si scollega e ricollega dieci volte in quindici minuti. Sì, mi da il tempo di aprire una pagina e poi smadonno. Per ben dieci volte consecutive. E' divertente, tizio con l'Android, molto divertente. Se non capita a me.
Quindi, tizio con l'Android, io non voglio niente da te, ma proprio niente. Voglio solo che sposti il tuo segnale, il tuo aggeggio, la tua esistenza internettiana lontano da me. Se proprio vuoi andare in internet sappi che il palazzo ha quattro piani, io sono al terzo, tu scendi in cantina. Vedi che lì il segnale è un amore.(*)
Ora ti lascio tizio con l'Android, sappi che hai trovato un nemico in questo palazzo. Sappi che se non ritorni nei tuoi ranghi credo che farò la cosa più sconvolgente abbia mai fatto un ragazzo pseudo-tecnologico in questi tempi: chiudo il pc e mi metto a leggere un libro.
Sono capace di farlo. Già l'ho fatto in passato, quindi non mi tentare e non mi provocare. Bill Gates guadagna migliaia di euro al secondo se stiamo davanti ad un pc, se lo chiudo ci perderà qualche centesimo. Non far perdere qualche centesimo a Bill Gates con la tua potenza di segnale, tizio con l'Android, ne soffrirebbe.

Detto ciò ti lascio e ti saluto.
Cordialmente,
il tizio con Alice.

(*) Questa affermazione potrebbe non essere veritiera.

Ps: Io che sono un totale incompetente tecnologico cosa accidenti posso capire da questa definizione di "Android" su Wikipedia: 

Android è un sistema operativo per dispositivi mobili costituito da uno stack software che include un sistema operativo di base, i middleware per le comunicazioni e le applicazioni di base. Ha avuto successo perché alcune versioni sono state open source e perché è basato su kernel Linux.

Qualcuno me lo spiega in parole da mortali?


Ps2: Il logo è bellerrimo. Mi ricorda i vecchi bidoni a forma di Gabibbo.

martedì 7 febbraio 2012

Incontro


Una giornata di sole mette allegria, e per Margherita il sole significava vita. Sentiva i raggi che le penetravano in ogni vena donandole così tanta forza da poter fare tutto, persino alzarsi in piedi, quasi. Non è che non ci provasse, alcune volte. Si spingeva al limite dalla sua sedia a rotelle e provava a darsi forza sulle braccia. Appena sentiva i muscoli contrarsi fino al massimo tollerabile cedeva di schianto ritornando a sedere sul suo mezzo portatile. Alcune volte superava quel limite. Altre volte non ci provava nemmeno e si sentiva male dal principio. Sentiva le braccia doloranti senza averle nemmeno mosse, le sentiva bruciare da dentro, e dopo qualche minuto tutto finiva, come se non fosse mai accaduto. Tutto questo non succedeva quando c'era il sole. Quando le nuvole scomparivano dall'orizzonte e il cielo era limpido, Margherita non voleva perdere nemmeno un secondo di quella meraviglia ed usciva, giocava, si divertiva.

Anche il giorno della gita, appena arrivati all'agriturismo lassù in montagna, la giornata era splendente. Il verde della campagna era sempre più scuro grazie alla lucentezza del sole primaverile, quello che ti rincuora per la fine dell'inverno e ti rassicura che il calore estivo è ancora bello lontano. Era la sua stagione, la primavera, Margherita la adorava.
Scesero dal pulman e si fiondarono tutti nelle stanze. Nessuno badò al vivace battibecco della loro accompagnatrice, la professoressa Braga, con il gestore del complesso. Era come un rumore di sfondo che non intaccava minimamente il loro entusiasmo per l'assegnazione delle camere. Margherita sapeva bene che avrebbe diviso l'alloggio con Michela, la sua migliore amica. Si erano raccomandate di non lasciarsi mai in quei giorni, e di intraprendere le passeggiate e le escursioni sempre insieme, a meno che una delle due non avesse trovato l'amore. Cosa molto difficile che accadesse considerando che nella loro classe non c'erano ragazzi che le potessero piacere. Quindi si erano autopredette una vacanza in coppia, nel vano tentativo di mettere da parte l'amore grazie all'amicizia. L'amore, quello platonico o reale, che nessuna delle due aveva ancora conosciuto.

Appena posati i bagagli e messo a posto i vestiti nei propri armadi, Margherita e gli altri capirono ben presto il motivo del litigio tra la loro professoressa e il titolare dell'agriturismo. Sulla prenotazione da parte della scuola non fu menzionata la presenza di Margherita, una disabile. Il gestore, visibilmente imbarazzato e mortificato per la cosa, rivelò che non c'era la sicurezza necessaria per portare la ragazza nelle escursioni che avevano programmato. Ma c'era una soluzione: bastava attendere solo un giorno per l'arrivo di un secondo istruttore e la ragazza avrebbe potuto partecipare ad ogni programma già preventivato. Solo doveva rimanere in complesso per la prima giornata, cosa che le avrebbe fatto saltare sia il giro nel bosco, sia la passaggiata fino alle pendici del monte.
Il gestore si preoccupò personalmente di dire a Margherita che avrebbe recuperato tutto il giorno dopo, ma purtroppo avrebbe dovuto attendere, e rimanere in panchina per l'intera giornata.
Inizialmente non la prese bene. Una lacrima le scorse il viso ma un raggio particolarmente caldo la seccò quasi subito. Capì che non doveva buttarsi a terra, tutto era risolvibile e un giorno di riposo non ha mai fatto male a nessuno, soprattutto considerando il viaggio che avevano effettuato. Alle numerose richiese di Michela di farle compagnia, Margherita rispose convinta che avrebbe preferito che si divertisse con le altre, e così fece.

Il gruppo partì dopo pranzo per l'escursione. Margherità saluto i suoi amici come una turista su una nave da crociera che guarda verso la terraferma. Pensò di mettersi a letto nella sua camera e trascorrere un po' di tempo leggendo, ma preferì fare un giro del complesso perchè un po' la intristiva stare da sola.
L'agriturismo non era ancora molto frequentato. C'erano un paio di famiglie che giocavano negli spazi dedicati ai bambini e una coppia di ragazzi intenta a baciarsi con passione su una panchina. Alla vista del loro abbraccio asfissiante Margherita arrossì e voltò lo sguardo altrove. La attirò un ragazzo in canottiera, nonostante l'aria primaverile non fosse esattamente così calda, che aggiustava uno steccato. Si avvicinò stando attenta a non colpire qualche sasso durante il percorso. Cosa che puntualmente fece un attimo prima di raggiungerlo.
"Ahi" - gridò, senza pensarci.
"Ti sei fatta male?" - chiese il ragazzo che le si avvicinò prontamente. Da vicino era veramente carino, pensò.
"No. Scusa. Non è successo niente, è solo una pietra. Ci sono abituata quando il terreno non è asfaltato." - disse, spostandosi i capelli dietro l'orecchio destro.
"Amante della montagna?" - domandò riprendendo il suo lavoro.
"Lo è mio padre e anche io con lui. Avevamo una casa, qualche anno fa, poi l'abbiamo dovuta vendere per pagare un mio intervento e la successiva riabilitazione, che non hanno nemmeno funzionato." - rispose, riabbuiandosi per un attimo.
"Scusa. Non potevo immaginare." - le si ritrovò di nuovo accanto.
"Non è colpa tua, se è per questo non è colpa di nessuno. E' la vita. Accadono cose, cose che producono cose che producono cose..."
"Filosofa, noto. Le ho sempre odiate le filosofe." - sorrise.
"No, quella è mia nonna. Io sono nipote di filosofa." - si accodò al sorriso.
"Allora ricordami di non provarci mai con tua nonna, mi raccomando." - Margherita rise di gusto. Il ragazzo mise a terra i suoi attrezzi.
"Ma se non mi dici come ti chiami, come posso avvisarti qualora la incontrassi in discoteca?" - chiese, ancora più divertita.
"Giusto. Piacere: Enrico. Sono il figlio del proprietario di questo baraccone assurdo che molti chiamano "albergo" o in altri modi strani. Io lo chiamo "casa" dato che ci vivo. E qual'è il tuo nome?"
"Margherita"
"Nome tipicamente montanaro. Sei sicura di non essere di queste parti?
"Certo che sì. Sono arrivata con la scuola, poco fa."
"Ah, la mandria di ragazzetti urlanti. Scusami ma i tuoi compagni di classe non hanno mai visto un luogo che non comprendesse la presenza dei loro genitori? Sembravano neonati dopo aver trincato una RedBull." - attese qualche attimo per la sua risata e rincarò - "Ora ti hanno lasciata sola perchè hanno capito che sei troppo grande per loro e gli ricordi casa?"
"No. Diciamo che c'è stato qualche problema con l'organizzazione e non c'è nessun istruttore che mi stia appresso per la mia condizione. Quindi fino a domani non farò nulla, mentre gli altri sono andati per i boschi in gruppo." - detto ciò abbassò la testa con tristezza sentendosi effettivamente esclusa.
"Vorrei accompagnarti io ma ho timore che mio padre mi prenda a badilate se non finisco di riparare questo steccato prima di sera. Facciamo così, vieni dopo cena nella sala ricevimenti, ti farò vedere qualcosa che i tuoi compagni non hanno visto. Così pareggerai il conto." - Margherita diffidò per un attimo dalla proposta di quel ragazzo. D'altronde non lo conosceva, ci aveva appena parlato per una decina di minuti e sembrava di sicuro più grande di lei. Ma sentiva che poteva assolutamente fidarsi della sua proposta e quindi accettò con un tiepido "sì".
"Allora deciso. Ci vediamo stasera, dopo cena. Non mancare. Mi raccomando. E vieni da sola." - le precisò riprendendo a lavorare. Enrico si ritrovò suo padre, qualche secondo dopo, alle sue spalle. Lo rimbeccò per un paio di minuti prima di ritornare a lavorare. Margherita, intanto, era andata verso le altalene. Nel suo cuore avvertiva solo un forte rumore. Sempre più forte. Sempre più bello.

(3 - Continua)

lunedì 6 febbraio 2012

Salvezza


Margherita aveva sempre in testa un'idea malsana di sua nonna, che si vantava a ragione di essere un po' filosofa, un po' poetessa ma soprattutto romantica. Diceva sempre che è facile distinguere il giorno in cui la vita cambia, gira per il meglio o accade almeno un avvenimento da ricordare. E' facile perchè lo senti prima, da quando ti svegli e metti il primo piede a terra. Ogniqualvolta pronunciava "piede" però, si fermava, convinta di aver fatto una gaffe con lei, convinta di averla in qualche modo offesa. Ma Margherita continuava a sorridere e sognare, e le diceva di non preoccuparsi, di lasciar perdere, d'altronde lei i piedi li aveva. Non funzionavano ma li aveva. E nell'istante dopo ridevano entrambe, di gusto. Così tanto che suo padre arrivava ogni volta in camera con sguardo interrogativo voglioso di capire se stavano ciarlando alle sue spalle o era solo l'ennesima cattiveria su qualche compagno di scuola. Trovava sua figlia e sua madre che cercavano di non ridere e nello stesso frattempo, al solo guardarsi rispettivamente in volto, non riuscivano a trattenersi, così che il moto gioioso della risata esplodeva in un frangente tanto velocemente da far traballare occhiali e frontini.
La nonna ha sempre avuto ragione, pensava Margherita.

Quel giorno si svegliò con la felicità in corpo. Era un giorno come tutti gli altri visto da fuori. O almeno lo sembrava. Il giorno della gita, dell'escursione in qualche luogo sconfinato o anche urbano, ma anche il solo evadere dalla routine noiosa della classe, per lei era entusiasmante. Figuriamoci tre giorni in un agriturismo in montagna, a studiare gli uccelli, la natura, il lento scorrere del tempo nel bosco a pochi passi dal loro luogo di villeggiamento. Si era preparata al meglio per quell'uscita, per sentirsi bene con se stessa, per piacersi di più. Aveva perso più tempo del solito per prepararsi, facendo preoccupare non poco suo padre che attendeva il suo turno per il bagno. Attese molto più del solito. Così tanto che fu costretto a supplicare di entrarci. Una scena che la ragazza, e il suo genitore, non dimenticarono mai, anche se uno dei due avrebbe sempre voluto eliminarla dalla mente.

Giunti fuori la scuola il pulman attendeva i giovani pronti per la partenza. Margherita attese che suo padre prendesse la sua sedia a rotelle, la fece scendere delicatamente dal sedile anteriore e la posò con una dolcezza che solo un genitore può avere, nella sua mobile destinazione. Le diede un bacio sulla fronte provocandole un piccolo imbarazzo di fronte ai suoi compagni di scuola, facendola arrossire di colpo. Al suo "ti voglio bene", rispose "io no", come al solito. Poi sorrise e suo padre ritornò in macchina, sembrava volasse sopra le nuvole. Era un uomo innamorato. Come tutti i padri di figlie femmine d'altronde. Sentiva per lei un amore che travalicava quello che aveva avuto in passato per Elena, la sua vera madre. Scomparsa chissà dove con chissà chi un giorno di Luglio, quando Margherita aveva appena compiuto quattro anni. Solo un bigliettino aveva lasciato, e la vita di Andrea cambiò totalmente.
Fortuna vuole che due anni dopo conobbe Lucia. Ma nemmeno l'amore che aveva per la sua compagna era lontanamente paragonabile a quello per la figlia. La sua unica figlia. La sua dolce ragazza così piena di gioia da farlo sentire, quasi, un uomo decisamente felice.

Per Margherita, non ci fu nessun problema ad entrare e salire nel pulman che la scuola aveva noleggiato. E' questo era un bene. Molte volte si sentiva emarginata quando entrava in qualche mezzo pubblico, o anche solo passeggiando per strada. Quando notava degli edifici pubblici senza scivoli ma solo con scalini, o quando constatava che per molte persone, se non hai la facoltà di camminare, è come se non avessi nemmeno quella di pensare o di esporre un pensiero normale. Normale. Quella parola la perseguitava. Non aveva ancora capito il suo significato e sicuramente non l'avrebbe mai capito.
L'autista guidava cambiando stazione radio ogni dieci secondi, forse cercava una frequenza ben precisa che non riusciva a trovare. Ad un certo punto capì che la ricerca sarebbe risultata vana e decise di inserire un disco. Erano canzoni di un autore americano che aveva sempre amato. Margherita rimase rapita dal ritmo del primo pezzo. Sapeva che era il remix di un altro successo del passato, un pezzo dance che si poteva ascoltare in sottofondo per tutta la durata della canzone. Riuscì a tradurre alcune cose e le piacquero ancora di più.

"Sei bella, tu sei, e lo sai
Tu sei sprecata qui, tu sei una star
In questa piccola città chi non l'ha mai saputo 


E non è bello aspettare alla finestra
Non è bello aspettare il sole
Per favore credimi, le cose che sogni

non rientrano nei pensieri di nessuno.

Tu devi pensare a tutto
Perchè il tuo lavoro non ti paga nulla
Ma hai le cose che Dio ti ha dato
Così la musica può essere la tua salvezza"


"La musica pùò essere la mia salvezza", disse. E ritornò a parlare con i suoi compagni di classe. Mancava ancora molto per raggiungere l'agriturismo che li avrebbe ospitati. Dopo qualche attimo decise di doversi ricordare di chiedere all'autista chi fosse quel cantante e quale fosse il titolo di quella canzone che tanto le era piaciuta. Se lo appuntò fortemente nella testa. E si addormentò cullata dal movimento dell'autobus.

(Continua)

La canzone in questione è questa.

sabato 4 febbraio 2012

Normale


Il vento scorreva forte sulla spalle di Margherita mentre guardava il mare d'inverno sussurrargli parole nuove. La forza dell'aria le disegnava le onde sugli abiti che si muovevano seguendo un ritmo ben preciso. Margherita cercava di fermare quel moto deciso e intanto fissava l'orizzonte come a voler trovare la soluzione a qualche enigma irrisolvibile capendo, intanto, perchè non aveva mai potuto sopportare il mare d'estate.
Aveva sempre odiato la ressa, l'enorme quantità di gente spiaggiata come balene vicine all'ineluttabile fine, cosparsi di olio e pronti da essere impanati con la sabbia, per essere cotti al punto giusto al sole, prima di pranzo. Quell'ostentazione decisa del proprio corpo, che sia bello o brutto, grasso o magro, flaccido o robusto, l'aveva sempre intristita. Forse perchè non si era mai trovata bene col suo.


Margherita non camminava dall'età di dodici anni. Ha sempre ricordato poco di quella sera. Vari spezzoni di un film che non era mai appartenuto veramente a lei, nella sua mente. Ricordava la gita in montagna, l'escursione nei boschi con suo padre, la corsa solitaria per inseguire un coniglio spaventato, lo strapiombo che non aveva proprio notato. L'urlo di Andrea, suo padre, non le era rimasto impresso, forse l'aveva dimenticato perchè faceva parte, come colonna sonora, della caduta. Dieci metri. Dieci metri di vuoto e poi il terreno, fresco e morbido ma fino a che punto, dell'erba bagnata. E svenne.
Si ridestò in ospedale, tre giorni dopo, con Lucia, la compagna di suo padre, che le teneva la mano come se fosse veramente sua madre, come se sentisse di esserlo dentro, all'infuori di contratti, promesse davanti a Dio, e inutili discendenze. La stringeva forte come se non volesse farla andare via. Suo padre dormiva su una sedia scomoda, con una coperta per proteggerlo dal freddo. La prima parola che disse fu "mamma", rivolta a Lucia. Non l'aveva mai chiamata così, ora sentiva di doverlo fare, di averlo finalmente capito. Poi continuò: "Le gambe, non sento le gambe". Lucia pianse, fortissimo. Voleva rassicurarla, voleva farle capire che la sua vita sarebbe stata ancora normale. Non ci riuscì. Le lacrime le solcarono il viso con una forza tale da costringerla a singhiozzi prolungati e solenni. Poi si addormentò esausta, senza sogni.

Paralizzata. Questa parola la sentì molto spesso nella sua vita. Tutti le dicevano che era un problema temporaneo, che poteva essere risolto, che bisognava aspettare solo qualche anno e poi iniziare con la riabilitazione. Solo qualche anno e poi sarebbe ritornata una bambina normale come tutte le altre. Solo che Margherita non capiva il significato di "normalità", perchè per lei tutti erano diversi, pur somigliandosi, pur essendo simili negli atteggiamenti, nel viso, nel modo di parlare. Tutti diversi, nessuno uguale, solo che lei era speciale. Così le dicevano facendola sentire sempre più estromessa, emarginata da una società che non la riconosceva come una persona da aiutare, ma da compatire.

Arrivarono i quindici anni, i primi giorni di liceo, lo stupore dei suoi compagni alla vista di quella ragazza carina su una sedia a rotelle. Lo sgomento a cui lei è abituata e a cui lei cercava di sdrammatizzare in ogni attimo: "Non vi preoccupate ragazzi, ogni tanto non ho voglia di camminare", diceva. Qualcuno sorrideva confuso o imbarazzato. Le ragazze le si avvicinavano con rispetto e iniziavano una felice conoscenza. I ragazzi la evitavano spaventati. Non tutti almeno.
Margherita era sempre stata una ragazza carina. I lunghi capelli castani formavano riccioli gioiosi che ornavano il suo viso ancora acerbo, le braccia lievemente muscolose la facevano apparire molto più forte di quanto in realtà fosse, il sorriso quando spuntava, era uno schiaffo in faccia alla tristezza. Il tutto condito dall'apparecchio ai denti che le donava una bellezza fanciullesca ancora più evidente. Era bella. Di una bellezza non appariscente ma unica. Nella sua classe, nella sua scuola, c'erano decine di ragazze più belle di lei e più corteggiate. E a lei questo non importava, sentiva solo di volersi sentire parte di quell'aula, di quel gruppo, di quell'insieme di menti giovani. Ogni volta che entrava in classe voleva sedersi anche lei tra i banchi come i suoi colleghi. Si faceva aiutare da un paio di sue amiche per raggiungere il suo posto senza problemi, e vivere la giornata scolastica nel loro identico modo. Poche volte chiedeva ciò ai suoi amici maschi, un po' per pudore, un po' per imbarazzo. Molti di loro sembravano spaventati dalla sua persona, forse avevano paura di "romperla" o di farla male.
Margherita li capiva. Forse troppo. E attendeva.
Come quando guardava il mare d'inverno. Aspettava sempre che qualcosa cambiasse quel ciclo inarrestabile di vento, onde e schizzi, condito con la colonna sonora dei gabbiani in cerca di cibo. Attendeva.
Qualcosa sarebbe cambiato, un giorno.

(Continua)

*Copyright Foto: Maurizio Melozzi

giovedì 2 febbraio 2012

Gorilla Umano (Ricerche Gennaio)


Oggi è già Febbraio, il 2012 è già iniziato da un pezzo, e il 21 Dicembre si avvicina sempre più. Sarà un giorno in cui succederanno cose sconvolgenti e impensabili. Tipo Fede che rinnegherà ben tre volte Silvio, Vespa che decide di diventare un giornalista serio e metterà la sua lingua in un cassetto, Borghezio che sposerà un extracomunitario gay(mi dispiace per quest'ultimo), e Bossi che affermerà che tutta la tiritera della Padania è solo un'emerita stronz...idiozia che gli è venuta una sera dopo che aveva mangiato troppo peperoni. E poi affermerà anche che non è che ce l'avesse mai avuto così duro, basti pensare a cosa è accaduto con il frutto del suo seme, d'altronde.

Quando un mese passa si ricomincia con i buoni propositi. Io ho iniziato quello dell'abbandono dell'alcool. Sono due giorni già che sono libero, pulito e senza una goccia di birra in corpo. Medito il suicidio. Figuriamoci quando arriverò a metà mese, se ci arriverò. Io so bene che voi ora mi state dicendo che sono un bricconcello e che ho scelto il mese più corto dell'anno in cui non bere. Da parte mia vi rispondo che ci avete indovinato ma che alla fin fine non ci ho guadagnato così tanto, dannato anno bisestile.
Ma non si può vivere solo di buoni propositi. Occorrono i fatti all'inizio di un qualsiasi mese. I fatti che vi propongo con l'elenco elencabile delle elencazioni delle ricerche elencate in elenco del mese appena passato in elenco. Ma prima, la classifica delle tre chiavi più utilizzate in questo inizio 2012.

Al primo posto troviamo "inverno" (49 cliccate), bisogna dire che i nostri lettori sono sempre sul pezzo e capiscono anche in che stagione ci troviamo. Al secondo posto pari merito una coppia d'eccezione: "Rane" e "Valentina lodovini seno". La coppia d'eccezione in oggetto ovviamente si riferisce alle ghiandole mammarie della signorina in questione, le rane sono un di più(44 cliccate per entrambe). Capisco comunque che senza l'elemento "topa" non si va' avanti in nessuno spazio internettiano, ma posso dire semplicemente che io manco le ho inserite le immagini su questo blog? Ho solo dato un piccolo collegamento ad una timida foto esterna e tutti ricercano quella povera ragazza, meravigliosa attrice sia chiaro, da queste parti. Comunque voi continuate a farlo, son pur sempre contatti in più.

Questo mese 1171 diverse parole chiave. Yuppie!

francesco savino (4): Le persone mentalmente disturbate continuano ad aumentare. Che motivo avrà certa gente di ricercare un idiota simile?

nicole minetti wikipedia (4): Mi permetto di dirvi che per vedere le foto dovete inserire "immagini" al posto di "wikipedia", così vi ritroverete certamente più felici.

carmenide (3): Grazie ragazzi. Un giorno o l'altro vi darò quella notizia che dovrei darvi da più di un mese.

cacca simpatica (2): E' quella che cerchiamo un po' tutti quando passeggiamo per la città e ci scivoliamo sopra. Ah, che simpatia!

vestiti da cheerleader (2): Diggi, ci sono due tizi che ti vogliono. E porta il vestito d'ordinanza.

16 gennaio 2012 - profezie attuali: sarai su internet! Ci ho azzeccato?

autore che intende rimanere sconosciuto: Io! Si nota dalle cose orrende che scrivo.

avvolte ritornano si puà scrivere? : Sì, se mi dai dieci euro.

bongo il piccolo gorilla: Sono in estasi puccettifera al solo sentire il suo nome!

brandon routh pettorali: Non sei la prima astigmatica che confonde i suoi con i miei.

brevi racconti comici con merda: La satira non prende più come una volta, noto.

che fare senza pc? : Leggere? Dormire? Fare conoscenza senza un "mi piace"? O vivere magari, ma ho paura sia troppo difficile.

chi è il padre di enzo salvi?: Uno che si vergogna tantissimo.

costantino vitagliano: Questa è cattiva però!

fammi vedere dove abita babbo natale: E come non esegui gli ordini ti disconnetto il modem, chiaro?

francesco savino libri per ragazzi: Non solo la ricerca mi fa ridere a crepapelle ma il tempo in cui il nostro visitatore è rimasto sul sito ha superato i 6 minuti. Sconvolgente!

ho sognato che padre pio mi salutava abbracciandomi, che significa?: Sempre meglio di Andretti, sennò avevo brutte notizie per te.

orsigay: Ormai tutti rivendicano i propri diritti fondamentali.

sgrittore viaggiatore: Credo che ti ruberò questa espressione, amico caro.

sono un cesso: Sinne felice, tutti hanno bisogno di te.

vestiti da cirlider: Diggi, questi vogliono ancora te ma non capisco come parlano.

Angolo dell'Hard con poche chicche ma buone.

donne bone (2): Non ha bisogno di specificazioni lui, gli bastano che siano bone. E da piena fiducia a Google per la scelta.

a pecorina giulietta: Ah, questo amore per le macchine!

diciottenni porche: Questo è uno che ci tiene all'età anagrafica.

divina commedia porno: A questo ancora non ci avevo mai pensato. Geniale!

femmine porche: Questo è uno che ci tiene alla porcellosità.

il club delle ninfomani: Per l'anno prossimo cambio nome al blog e lo intitolo così, contatti con la pala assicurati.

minetti porca: Tu sì che hai capito ciò che intendevo pocanzi.

tette della lodovini: Non è una ricerca diversa da quelle di cui già vi ho raccontato e non , infatti ce ne sono altre decine sullo stesso tema portante, ma quest'uomo è stato ben 30 minuti sul blog a leggere ben due pagine. Non so quale siano, non so perchè, ma questi visitatori sono il nostro pane quotidiano.

www.nonneporche.com: Non so se il sito esiste veramente, non lo voglio sapere, non ho interesse a cliccarci sopra. Voglio solo far presente che c'è ancora qualcuno che ha rispetto per gli anziani. Basta che abbiano nipoti e siano donne.


E dopo questa meraviglia finale non posso che esimermi dal chiudere il blog e trasferirmi in Nuova Guinea. Al prossimo mese.


mercoledì 1 febbraio 2012

Gelo


E' il primo del mese. Fa freddo. Tanto freddo, dicono. L'Italia si blocca per colpa della neve e del gelo. Belle cose. Tre partite di Serie A saltano, di sicuro chi ha il compito di fare i calendari non dispone di un'intelligenza eccessiva. Ieri sta male, leggermente. Stanotte credo di aver superato i 38 di febbre, non so, non l'ho misurata. Ho fatto un sogno strano che comprendeva campi di calcio in verticale su un pendio scosceso, Amauri e la sua passione smodata per i conigli, battute sulla Concordia, e un esercito che cercava di sconfiggere i miei dolori. Sì, forse stavo più che male. Me ne sono reso conto quando stanotte, credo verso le 4-5, mi sono alzato per bere un bicchiere d'acqua ed a momenti svenivo. Ottimo, direi. Poi mi sono ripreso. Stamane mi sono alzato forte e pimpante. Pregno di forza e di pimposità, se potrebbe mai esistere come termine.

Però gli occhi mi si chiudono, cribbio. E questa dannata pioggia mette a rischio la partita abituale del mercoledì. Sì, oggi si gioca. E sì, fa freddo, piove, è il primo del mese e non credo mi converrebbe buttarmi sotto l'acqua e su un campo bagnato a sudare. Ma poi ripenso a ciò che mi ha sempre detto mia madre: "Vai a giocare così sudi e sfoghi". Ottimo direi. Ma a mio fratello diceva sempre un'altra cosa: "Stai male? Non andare a giocare!". Non ho mai capito questa diversità del suo pensiero. O comprende così bene che per me il calcetto settimanale è troppo importante per essere messo da parte, o vuole che io mi senta male. Ho sempre pensato che sia più la seconda. Comunque piove, fa freddo, è Febbraio(tra un mese e mezzo inizia già la primavera, dio santo!) e io sto maluccio, gli occhi mi si chiudono e ho tante di quelle cose aperte che non le sto più a contare. Un giorno le inizierò a chiudere.

Nel frattempo faccio gli auguri alla mia lei per il nostro trentasettesimo mesiversario. Che è pur sempre un bel traguardo.

Domani post sulle ricerche, se tutto va bene!

Ps: A me piacerebbe un botto giocare in uno stadio innevato. Di sicuro sarebbe una partita memorabile.