mercoledì 31 agosto 2011

Epilogo


Mi ritrovai a casa di Walter, un attimo dopo averlo lasciato in quel mondo fittizio fatto di perfezione e meraviglia. Stavo male, non per la famiglia che aveva abbandonato ma per lui. Il genio, il mio miglior amico che era impazzito per amore, o forse perché non riusciva ad immaginare una vita di problemi e voleva solo il meglio dalla propria esistenza. E d’altronde gli era anche andata bene. Aveva una bella moglie, un figlio intelligentissimo e un’altra appena arrivata. Aveva una casa che molti se la sognano. Aveva uno spazio, tutto per se, dove dedicarsi alle miriadi di idee, alcune ottime, alcune orrende, che gli frullavano nella mente. Aveva questo. Ed aveva anche una donna che forse se ne sarebbe andata prima del dovuto, ma questo è un episodio che non si mette mai in conto. E ognuno può reagire in modo strano. Ci sono quelli che prendono tutto con filosofia, memori degli avvertimenti che le loro nonne erano solite dargli, ovvero che “tutti là dobbiamo andare, la nostra casa è una sola”. Poi ci sono quelli che impazziscono dal dolore e si riprendono solo anni dopo aver distrutto la propria vita e quelli degli altri vicini. E infine ci sono quelli che sembrano aver accusato il colpo ma che, in realtà, stanno solo cercando il modo materiale per fuggire. Walter questo aveva fatto. Facendomi pentire di averlo seguito in quell’oscura avventura da teenager depressi che non apprezzano ciò che veramente hanno. Ero tornato cambiato. Appena arrivato chiamai Marzia. Le dissi che l’amavo. Lei ne fu felice e ricambiò. Non mi sarei mai aspettato di dirglielo così presto, anzi, non mi sarei mai aspettato di dirglielo e basta.
E di cose da dire, ormai, ne avevo parecchie. Stavo in quella cantina, in quella casa, a decidermi quando fosse stato il momento giusto per salire le scale, prendere Rita da parte, dirgli che il suo marito fedele era…disperso? Scappato? Fuggito in preda ad isterismi? Cosa potevo mai dirgli? Come potevo mai trovare le parole per dire ad una donna innamorata che il proprio uomo ha preferito la sua sosia ma senza difetti, a lei? Volevo salire, ma non salivo. L’orologio digitale a muro di quella cantina mi segnava le diciassette in punto. Da quando eravamo partiti era passata meno di un’ora. Almeno su questo, Walter, aveva avuto ragione. Il coraggio mi stava arrivando ma era dura anche solo pensare di salirle quei venti scalini. Alla fin fine capii che almeno per poter riabbracciare Marzia dovevo uscire da quella cantina. Mi feci forza e andai.

Appena aprii la porta sentii una voce conosciuta provenire dal salotto. Mi affacciai convinto che me la stessi solo immaginando, non poteva essere. Mi sarò confuso certamente con quel vicino del mondo delle sit-com. E invece no. Lo spettacolo che mi ritrovai davanti era sconvolgente. Rita che coccolava amorevolmente Leo sul divano, Tom che osservava da terra sua madre e Monica che cercava di camminare con scarsi risultati. In mezzo al loro c’era Walter. Che raccontava non so che cosa e che mi guardò con un sorriso felice e soddisfatto. Non sapevo che dire e che fare, lui mi venne incontro.
“Dan, il portale ci ha spediti in due posti differenti. Che stranezza!” – mi fece l’occhiolino.
“Eh…” – risposi io, senza sapere cosa dire.
“Io vado in cucina, Tom aiuta la mamma a preparare la pasta.” – il bambino seguì Rita e il cane e li raggiunse in cucina. Monica riuscì ad avere un andamento costante fino alla tavola, dove poi si mantenne e osservò suo fratello e sua madre che preparavano da mangiare. Walter mi si avvicinò e mi parlò sottovoce.
“Avevi ragione tu, non era il mio mondo!” – mi rivelò.
“Oh ma complimenti, sei un genio. Si vede proprio che hai preso una laurea con 110 e lode! Ed io che stavo qua sotto a pensare a come dire alla tua famiglia che te n’eri andato! Per colpa tua ho detto a Marzia che l’amo!” – gli rinfacciai.
“Ed è vero?” – mi chiese.
“Certo che è vero. Ma non è questo il punto. Il fatto è che sei un idiota e che non puoi farmi questi scherzi così. La prossima volta ti prendo a badilate. Anzi, QUESTA volta ti prendo a badilate! Dove tieni gli attrezzi da giardino?”
“Dan…grazie! Se non ci fossi stato tu!” – mi abbracciò.
“E non farmi ste moine che non sono il tipo.” – accettai l’abbraccio con riluttanza, poi lo spostai con forza – “come mai sei tornato? Come hai fatto?”.
“Appena salito nella stanza da letto con la Rita di quel posto mi son reso conto che lei non era mia moglie, lei non era la mia Rita, lei non era colei del quale mi ero innamorato. Era solo una che ci somigliava, aveva una stupenda somiglianza caratteriale e fisica sia chiaro, ma non era lei. Le chiesi come ci eravamo conosciuti. Mi disse “per caso, ero cameriera nel pub dove andavo sempre”. Le chiesi se avesse mai conosciuto Eddy, tuo fratello. E mi rispose che non sapeva tu avessi un fratello. Le chiesi dove ci eravamo sposati, e mi disse in una chiesetta in montagna. Capii che non era lei mia moglie e che stavo solo rubando la donna ad un altro uomo, un altro me.”
“E…?”
“E gliel’ho detto. Chi ero, cosa facevo, come mai stavo lì. Non mi credette all’inizio, poi non ha potuto far altro che constatare che non mentivo!”
“Come mai?”
“E’ arrivato il suo vero marito.”
“Il Walter-nativo!” – aggiunsi cercando di essere simpatico, non lo ero.
“E’ rimasto un po’ sulle sue all’inizio, poi mi è stato d’aiuto. In due ci siamo messi a costruire una macchina che mi permettesse solo di tornare a casa. Niente salti tra i vari generi o dimensioni. Ha funzionato, come vedi.” – allargò le braccia.
“Com’è parlare e lavorare con te stesso?” – chiesi.
“Semplice e costruttivo, perché pensavamo le stesse cose. Noioso, perché pensavamo le stesse cose.”
“Complimenti, non sono molti quelli che son riusciti ad avere un gemello, a questo mondo.”
“Che mi ha fatto anche un bel regalo, a dirla tutta.” – mi rivelò.
“Cioè?”
“In quel mondo fatato e dove i sogni d’amore sono realizzabili e stupendi, la medicina ha fatto passi da gigante perché la malattia non può contrastare il vero amore. Mi ha dato delle medicine per Rita, mi ha detto che con queste si salverà. E anche degli occhiali speciali che le ridaranno la vista. Li ho proprio qui in tasca.”
“Walter…io non vedo niente.” – gli indicai il pantalone. Mise le mani nelle tasche e emersero solo dei granelli di polvere. Si sedette dispiaciuto.
“Lo sapevo. Lo sospettavo, ma ci avevo sperato. Gli oggetti di quel mondo fittizio non sono reali da noi. Dovrò rassegnarmi, Rita è spacciata.”
“Non è spacciata, idiota. Finchè ci sarà l’amore attorno a lei. Finchè suo marito e i suoi figli la continueranno a coccolare e idolatrare, lei starà sempre con voi. Siete una famiglia perfetta, Walter, sarete ancora felici per sempre.” – gli dissi, avendo un filo di ragione.

Col senno di poi, ci indovinai. Rita visse ancora per molto tempo accanto a suo marito quando, purtroppo, il giorno dopo il loro ventesimo anniversario di nozze, spirò in ospedale. La malattia agli occhi regredì per qualche anno salvo poi ritornare più forte di prima. Gli ultimi due anni di vita li trascorse completamente cieca, l’unico rimpianto che ebbe avuto era quello di non aver mai visto i visi dei suoi figli da adolescenti. Walter aveva ormai molto tempo per elaborare il lutto, ma decise di stare male per un giorno solo, il successivo al funerale della sua amata donna. Quel giorno si chiuse in casa e non aprì a nessuno. Il mattino seguente aprì l’uscio della sua villetta con uno sguardo sereno e un sorriso felice. Aveva capito che seppur lei non ci fosse più, ci sarebbe stata sempre. Poi si risposò, tre anni dopo, con una donna completamente diversa da Rita. Con il benestare dei suoi due figli, e dei tre di lei. Ne uscì fuori una sorta di famiglia allargata che tanto piace alle fiction italiane. Io sposai Marzia, una cerimonia per pochi intimi, saranno stati sui cinquecento. Lasciai il lavoro alla banca, giustappunto dopo aver formato una famiglia, e iniziai a dedicarmi anima e corpo alla scrittura. Lei portava i soldi i casa, io cerca di realizzare il mio sogno. Ci riuscii. Niente romanzi o racconti però. Trovai la mia Eldorato come sceneggiatore di film a luci rosse. E’ pur sempre un lavoro di scrittura e di inventiva. Ottimo direi. Pagato anche bene, e anche se potete non crederci, ci sono molti punti in comune tra un film e l’altro. Proprio le battute sono uguali, sconvolgente vero?

La macchina è ancora a casa di Walter. Inutilizzata. Un giorno di due mesi fa mi disse che aveva voglia di farsi ancora un giro. In effetti, lo sfizio sta di nuovo ritornando anche a me…

FINE

martedì 30 agosto 2011

(13)


Il portale si aprì fuori da una villetta a schiera. Il giardino era di quel verde che ti fa amare la natura, i fiori che spuntavano fuori dalle aiuole erano rigogliosi e floridi di vita. Il quadro che si parò davanti a Daniel e Walter era di un luogo dove viveva sicuramente una famiglia felice. Uno dei due non era però così sicuro.
“Walter, qui sicuramente sarà una roba tipo Desperate Housewives! Tranquillo fuori, omicidi e intrighi e belle gnocche quarantenni dentro. Ora che ci penso…entriamo!”
“Potresti aver ragione sia per le cose negative che per quelle positive. Indi andando a fare una lista di motivi per cui è meglio non entrare e di ragioni per cui è meglio andare a controllare, le poppe delle quarantenni ancora gnocche vincono di gran lunga contro gli omicidi, gli intrighi, gli scambi di figli e le varie calamità naturali. In conclusione: entriamo a controllare chi abita in questa casetta.”
I due si avvicinarono alla porta senza aver ancora pensato a come entrare. Dopo piccoli ragionamenti Walter ideò una geniale soluzione: suonare il campanello. Dopo venti secondi gli si parò davanti a loro una signora molto bella che, appena li vide, sfoggiò un sorriso radioso ed accecante.
“L’avevo detto io!” – festeggiò Daniel – “Piacere, signorina, c’è sua madre in casa? Sono George Clooney.” – provò ad adularla.
“Dan, sei sempre il solito.” – rise lei.
“Dan…è Rita!” – affermò Walter, decisamente sorpreso.
“Certo piccolo mio, chi credevi che fossi? Hai dimenticato le chiavi o le hai perse di nuovo, zuccone? Per fortuna che ho fatto una ventina di copie conoscendo la tua labile memoria.” – rispose lei.
“Cara…ma tu…ci vedi?” – chiese, speranzoso.
“Certo. Dov’è la novità?” – non ebbe neanche il tempo di rispondere. Walter la baciò con forte passione, così improvvisa, da far capitolare Rita all’indietro. Caduti entrambi sul pavimento l’entusiasmo non si fermò e Rita rideva di gusto.
“Ragazzi, altri cinque minuti e siete su Youporn!” – disse Daniel sfoggiando un telefonino ultimo modello dotato di videocamera e collegamento wifi.
“Waltie. Cosa ti succede? Non che mi dispiaccia tutto questo amore, ma ci sono degli ospiti. Aspetta almeno che se ne vadano.”
“No, non fate caso a me. Così come poi non farete caso alle migliaia di visite al vostro video.”
“Che burlone che sei, Dan. Ora rialziamoci caro, ok?” – disse, e Walter a malincuore si alzò.

Dieci minuti dopo Rita era in cucina a preparare del thè. Dan osservava il suo amico e capiva che c’era qualcosa che non andava.

“Fratello, cosa accade?” – chiese, preoccupandosi per la risposta.
“L’hai visto questo luogo? Guardati in giro. Vedi le foto e gli ornamenti alle finestre, vedi il soggiorno e i mobili per il salotto. Vedi la cucina perfetta e i piatti in ordine. Vedi Leo, il nostro cane? Non è un husky, è un semplice yorkshire. Non serve a Rita come occhi per passeggiare, è solo un cane da compagnia. Rita sta bene, questa casa è un luogo felice. Siamo in una tipica serie romantica, dove il massimo che può accadere è che la madre di famiglia si prende una sbandata per il giardiniere. Niente di non superabile, qui è tutto meraviglioso. Li hai visti i miei bambini? Sono bellissimi.” – disse, con un po’ di commozione.
“Walter tu non stai bene. I bambini che vedi in queste foto non sono i tuoi. I tuoi sono fuori da questo mondo fittizio, tu hai una vera famiglia, hai una vera moglie che ti ama, questo è solo ciò che vorresti che fosse. Non è vero ciò che vedi. Tu hai Rita, ed è malata, lo devi accettare. E comunque hai ragione, hai dei figli bellissimi ma fuori da qui.”
“Smettila di parlare così.” – si alzò.
“Walter, hai una moglie che ha bisogno di te. Non dirmi che stai pensando di rimanere!” – Dan lo seguì.
“Sì. Qui ho tutto, di là ho solo dolore. Daniel, tu non sai quanto sta male Rita. Quella cosa che gli ha colpito gli occhi è solo l’inizio…io non voglio perderla. Io non voglio vedere i miei bambini distrutti.”
“E la tua soluzione è rimanere qui? Non lo vedi il contorto ragionamento egoista che stai facendo? Tu rimani mentre loro soffrono. E se malauguratamente la loro madre se ne andrà rimarranno da soli.” – continuò.
“Non lo dire neanche per scherzo” – Walter gli si lanciò addosso prendendolo per la camicia – “Tu non sai cosa vuol dire avere una famiglia. Non sai niente. Sei completamente preso dalle tue conquiste, dal tuo lavoro noioso, dai tuoi hobby. Sei solo a casa e non devi dare conto a nessuno di ciò che fai. E soprattutto: non hai nessuno da accudire. Sei solo. Solo, hai capito?” – lo lasciò.
“Sarò pure solo e senza una famiglia, ma tu la stai abbandonando la tua. E non hai messo in conto che il Walter di questo mondo meraviglioso verrà a casa prima o poi? Come lo spiegherai alla tua mogliettina perfetta e radiosa? Mi ti vedo già: “oh cara, questo è mio fratello gemello Walter Junior, è nato due minuti dopo di me. D’altronde hai sempre detto che volevi provare il brivido del triangolo, ora possiamo”. Non credo che poi il Walter di queste parti sia contento di dividere la SUA moglie con te!” – gli urlò.
“Zitto. Troverò un modo. Ora và.”
“Vado? Dove?”
“Il portale. Tieni, sta per aprirsi. Prenditi il telecomando. Io rimango qui. Ho deciso. Troverò il modo per togliere di mezzo il me stesso di questo posto. Ora va’. E’ stato bello girare per i vari generi ma ora ho trovato il posto che mi appartiene.” – gli disse.
“Era…tutto un piano! Tu mi hai usato per scappare via dalla tua vita! Sei una persona orrenda, Walter, sei veramente un fottuto egoista. Non volevi solo esplorare, tu volevi trovare un altro posto dove vivere e dimenticare i tuoi problemi. Sai che ti dico? Rimanici qui. Vivi felice, ammazza il tuo sosia e sentiti un gran padre di famiglia. Io me ne vado. Dirò ai tuoi VERI figli come li hai abbandonati col sorriso sulle labbra.” – Dan premette il pulsante del telecomando. Il portale si aprì. Guardò l’ultima volta il suo amico che ricambiava lo sguardo con fermezza e decisione. Daniel stava per accennare ad un saluto, poi si fermò. Disse solo un’ultima frase.
“Ti credevo il migliore.” – poi partì.
Rita arrivò esattamente un attimo dopo la partenza di Daniel. Walter la baciò con passione e l’abbracciò entusiasta. Lei si bloccò dopo un attimo.
“Dov’è Dan?” – chiese.
“E’ andato via, non ti preoccupare. Ritornerà presto. Ora abbiamo ancora tempo prima che tornino i ragazzi, giusto?”
“Tu sì che sai come tenerti una donna, caro. Andiamo. Massimo trenta minuti e saranno qui.” – i due salirono le scale per entrare nella loro stanza da letto. Walter era, in quell’istante, la persona più felice del mondo.

lunedì 29 agosto 2011

(12)


Al New Hot Water High la giornata procedeva come sempre: centinaia di ragazzi passeggiavano per i corridoi cercando le proprie aule dove iniziare la lezione. Un viavai di futuri uomini e future donne procedeva spedito in quegli enormi spazi, la maggior parte si fermava accanto ai propri armadietti, scambiava qualche parola e poi si dirigeva mesto per affrontare le prime due ore di studio. In questo frangente amori durati giorni e giorni vedevano la loro fine e nuovi sentimenti, causati da una maglia molto scollata o da una tenuta da cheerleader, iniziavano. Sarebbero anche loro durati esattamente quanto una puntura di spillo, ma i ragazzi non ci facevano caso. Per loro una limonata sul sedile posteriore di una macchina decappottabile era il massimo a cui potevano ambire per acquistare popolarità. Le ragazze, invece, amavano essere corteggiate da aitanti fusti, quelli della squadra di football, e non pensavano ancora all’amore eterno, ai figli, ad una casa in periferia e alle prediche del buon pastore. Per loro era in atto un semplice detto popolare che corrispondeva a “ora o mai più”. Questo era il tempo per divertirsi, questo era il tempo per cambiare più ragazzi possibili, prima di diventare una vecchia zitella rancida, prima di perdere i seni sodi e le gambe perfette. E in questa marmaglia di feromoni ed ormoni si materializzarono, in un istante, tre persone in un bagno femminile. Due di loro avevano i polsi ammanettati, l’altro indossava degli occhiali e sembrava visibilmente spaventato.

“Dove mi trovo? Dove mi avete portato? Ditemi dove mi avete portato!” – urlò, provando a prendere per il colletto il povero Daniel e strattonarlo. Si rese conto, ben presto, di essere molto più basso del suo antagonista, stranamente considerato che in realtà, i due, avevano di differenza solo una decina di centimetri.
“Dan…sei diverso!” – esordì Walter, guardando la scena.
“Io mi sento leggermente più forte, se devo dirla tutta. Anzi. Molto più forte. E devo dire che anche voi vi vedo diversi. Ma…” – e capì.
“Siamo ringiovaniti!” – confermò Walter volendosi poggiare la mano sotto al mento ma ancora bloccato dalle manette.
“Come è possibile una cosa del genere? Chi siete voi? Cosa mi avete fatto?” – continuò a sbraitare il Capitano.
“Secondo me, siamo passati in un genere che non tollera tanto la presenza di gente all’infuori di una certa età, quindi non siamo tornati indietro nel tempo, come si potrebbe pensare, ma siamo sempre nello stesso tempo ma noi da giovani, mi segui Daniel?” – disse lo scienziato dei tre non curandosi degli strepiti del poliziotto.
“Certo, ormai ci ho preso la mano dei tuoi ragionamenti. Siamo in un posto dove noi dobbiamo essere per forza giovani. E dato che io ho raggiunto una modesta altezza già alle superiori, sono rimasto ugualmente alto ma questo non si può dire di voi due, giusto?”
“Esatto. Ora, capitano, visto che la sua giurisdizione è conclusa in questo genere, potrebbe toglierci le manette e lasciarci andare?” – chiese Walter sapendo già la risposta.
“No, certo che no. Sicuramente voi mi avete drogato e mi avete portato in qualche posto strano. Sto sognando, o tutto questo è un incubo. Io vi porto dentro e non vi faccio uscire più. Sia chiaro?” – urlò ancora, venendo zittito dagli altri due. In quell’istante un rumore di tacchi entrò nel loro stesso locale. I tre, al riparo dietro una delle porte dei gabinetti, intuirono di trovarsi in un bagno che non apparteneva a loro. E di stare in guai seri. Attesero che la signorina finì di fare ciò che doveva fare, ovvero spettegolare con una sua amica e parlare degli stupendi bicipiti del compagno di classe, e finalmente si decisero ad uscire. Prima però, Walter provò a spiegare la situazione al Capitano, in quattro secondi.
“Siamodueviaggiatoridigeneriletterariodiserietv. Siamogiuntiquidopoesserestatinelsuomondopoliziesco. Ciliberidallemanetteepotremmoriportarlaacasa.” – disse, mangiandosi gli spazi tra una parola e l’altra. Il Capitano ci pensò e li guardò ben bene.
“E io secondo voi mi bevo la balla delle dimensioni o di altre idiozie parallele? Per chi mi avete preso?” – e così dicendo uscì dal bagno delle donne. Tutti gli studenti che affollavano il corridoio si ritrovarono ad osservarlo. Le ragazze erano sconvolte, i maschi lo eleggevano a proprio idolo. Lui si ritirò dietro la porta un attimo dopo.
“Non mi state prendendo in giro, siamo davvero al liceo. Questa è una tipica serie da teenager infoiati. Io vi adoro!” – e così facendo tolse le manette ai due – “Questo è il sogno della mia vita, non me ne andrò mai da qui!” – e se ne scappò nei corridoi saltellando felice.
I due felice ed entusiasti per la libertà ottenuta, attesero che la folla sparisse prima di uscire anch’essi dal bagno delle ragazze. Dopo cinque minuti di attesa si ritrovarono fuori, in mezzo ad una decina di giovani, mentre era in atto una feroce guerra ideologica tra due ragazze.
“Ma io credo che non è possibile che Ester stia con Erik se io l’ho vista baciarsi con Alan al party di Estella, mentre era in piscina sia con Karl che con Artie.”
“Bella, io so cosa ho visto, c’era Ester con Erik e anche con quello lì, quello nuovo, lo sfigato, Isaac.”
“Anche con Isaac? Impossibile! Quello secondo me non sa neanche dove è il punto A, figuriamoci il G.”
“Ahahahahah. Come sei simpatica, Lizzie.”
“Che poi, ho letto su internet sul sito di Ragazza Gossip, che Katie se la fa sia col portiere dell’albergo a sette stelle dove vive con la famiglia, sia con Raj quello dello scambio culturale, l’indiano che non sa parlare neanche la nostra lingua!”
“Lizzie, ma Katie sono io!”
“Ops…”
“Comunque la nostra lingua non la conosce, ma la mia la sa benissimo!” – e risero entrambe di gusto. I due ragazzi, ringiovaniti, osservarono per bene la situazione e le natiche delle due ciarlanti e poi si diressero verso un posto isolato. Per la strada incontrarono l’ormai ex Capitano, già mezzo ubriaco e con una congrega di pollastre al seguito. Molte di loro lo incitavano.
“Dai, Cap, mettiti gli occhiali. Vogliamo sentire la musichina!” – e lui le fece contente. Da non si sa dove un coro faceva: “Who are you?/Who who who who/” e le ragazze urlavano di piacere. Daniel e Walter pensarono di rimanere anche loro, visto l’andazzo ma si ricordarono di avere una famiglia e una vita aldilà di quell’esperimento.
“Un solo genere e poi a casa? Che ne dici Dan?”
“Un solo genere e poi a casa. Ho voglia di un po’ di normalità. Andiamo!” – il portale si aprì, nell’indifferenza generale, i due entrarono e abbandonarono, di nuovo, la giovinezza.

mercoledì 24 agosto 2011

(11)


Daniel lo svitato fece conoscenza col duro asfalto gelante di un autunno freddo. Non ne fu felice. Appena cozzò il posteriore emise un sentito gemito di dolore, e poi imprecò qualcosa su degli austro-ungarici e sulle discendenze di quel pezzo di strada. Non era finita. Un attimo dopo il suo amico, Walter il genio, atterrò su di esso a forte velocità provocando in lui forte amarezza, e immenso dolore. Imprecò ancora, Daniel, qualcosa su dei nani di dubbia sessualità del nord Carolina, poi ebbe pesanti affermazioni da fare sulla dolce madre del suo amico. Che non rispose alle offese ma si scusò con garbo. Daniel era tutt’altro che pronto a perdonarlo.
“La prossima volta potevi atterrare in maniera più gentile, educata e soprattutto non sulla mia persona?” - urlò.
“Mi fa piacere che sei molto felice per il mio ritorno. Così tanto che credo tu stia quasi piangendo, noto”
“Piango, sì, ma dal dolore. Comunque, bentornato, benvenuto, mi devi uno sterno nuovo, ti debbo picchiare assolutamente per il Barolo del genere precedente e dove siamo?”
“A prima vista direi…un poliziesco!”
“Da quali elementi a tua disposizione affermi ciò? Sei diventato un detective appena arrivato qui?”
“Vediamo…è notte, si gela e l’atmosfera è molto dark.”
“Ah, giusto. Infatti nelle sit-com o nei telefilm romantici non esiste l’inverno!” - lo derise.
“E poi hai un cadavere a ore 12!” - Daniel si girò. Un urlo da soprano fuoriuscì dalla sua gola. Walter ridacchiava soddisfatto.
“Ridi tu, ridi. Intanto a me fai prendere gli infarti, ma non senti anche tu una sirena tipo…polizia?”
“Dici che se ci trovano sulla scena di un delitto sono capaci di arrestarci, che ne dici di scappare?” - chiese Walter un po’ preoccupato.
“Tu vedi troppi telefilm, te l’ho detto. Siamo solo due tizi che passavano qui per caso, non faranno caso a noi” - appena terminò la frase, tre volanti si disposero a cerchio attorno ai due. Dalle macchine uscirono ben sette uomini. Sei di essi estrassero le armi e li tennero sotto tiro. Il settimo, vestito elegante, raccolse un megafono dalla vettura e parlò.
“Mani in alto. Tutto quello che direte potrà essere usato contro di voi in tribunale anche se credo, in tutta sincerità, non credo potreste evitarvi la galera per i prossimi trent’anni, quindi dite ciò che volete. Non vi cambierà assolutamente niente!”
“Io ti ammazzo!” - urlò Walter prendendo per la gola il suo amico. Venne fermato da due agenti con molta difficoltà.

“Allora…abbiamo un omicidio, due tizi che “guardacaso” passano da quelle parti proprio un istante dopo che la nostra povera vittima decede. Un istante dopo, non prima, giusto?” - chiede l’uomo elegante, infilandosi i suo occhiali neri.
(Sottofondo: Who are you?/who who who who?/ who are you? Who who who who)

“Sono certo di averla vista altrove, sergente!” - disse Daniel, con sguardo incuriosito.
“Non credo, e non sono sergente.” - rispose, con uno sguardo enigmatico, dati gli occhiali scuri.
“Quello che il mio amico gentile vuole dire è che lei ha una faccia conosciuta forse perché rappresenta la sicurezza che, in questo mondo, è una cosa che abbiamo sempre bisogno!” - aggiunse Walter provocando l’esatto contrario di ciò che voleva.
“Basta raccontare balle. Chi siete? Perché avete ammazzato quel tizio? E come mai i vostri dati non esistono? Da dove venite? Non avete l’aria di messicani…”
“Se dico “Cuba” ci credete?” - disse Daniel, cercando di essere spiritoso. Ci guadagnò solo un’occhiataccia da parte del poliziotto. Abbassò la testa un istante dopo.
“Allora…ricominciamo: voi arrivate qui da un luogo “lontano”, così avete detto. Ci dovete rimanere per massimo mezz’ora no?”
“Gius…” - provò a rispondere Walter.
“Non interrompetemi! Stavo dicendo: massimo mezz’ora, e poi dovete di nuovo andare via. Ora…questo posto da dove venite è molto lontano? E perché venire qui solo per trenta minuti? La mia idea è che voi siete venuti qui, per così poco tempo, solo per uccidere quell’uomo e poi scappare via ovunque voi veniate. Che sia Messico, Cuba o Spagna, voi siete venuti solo per commettere l’omicidio e poi scappare via. Confessate!”
“No, siamo bravi ragazzi. Non ho mai ucciso neanche una mosca. Neanche il mio capo. Neanche Gennaro Ordine della quinta d quando mi gettava con la testa nel water. Io sono una brava persona, solo così bravo che quando la gente vuole sputare a terra io mi faccio sputare in faccia per non sporcare il pavimento. La prego, capitano, ci lasci andare.” - il poliziotto sembrò cedere per un attimo. Un suo collega, di impari grado, arrivò per segnalare qualcosa.
“Capitano…la vittima si chiama Gennaro Ordine. Ha trentun anni ed è di questo quartiere.”
“Dicevamo?” - disse il capitano osservando Daniel.
“Perché non ti stai mai zitto, dico io! Perché?”
“Per guadagnare tempo, idiota. Premi! E’ passata la mezz’ora.” - Walter se n’era completamente dimenticato. Cercò il telecomando, pur ammanettato, nelle tasche posteriori. Non lo trovò.
“Cercate questo?” - gli chiese il Capitano, rinforcandosi gli occhiali.

(Who are you? Who who who who)

Il capitano aveva nella sua mano il commando del portale senza immaginare che fosse così importante. I due lo guardavano come ipnotizzati. Lui osservava la loro reazione visibilmente soddisfatto.
“Allora è per questo che avete commesso l’omicidio. Un vergognoso telecomando di Hello Kitty. Ma non vi vergognate?”
“Capitano, quell’oggetto è molto importante per noi!” - rivelò Walter – “E’ il nostro modo per tornare a casa. Ci stia a sentire. Clicchi il bottone dell’accensione e le prometto che noi confesseremo.”
“Ah, belli miei. Mi credete così idiota? Che ne so che questo coso non sia collegato a qualche bomba? Siete sempre più infidi, noto” - disse.
“Daniel, ora!” - Walter si lanciò contro il sedile anteriore, dove era situato il capitano in bilico. Il telecomando cadde dalla sua mano. Daniel se lo trovò proprio addosso. Cercò in tutti i modi di premere il pulsante d’accensione. Il capitano, intanto, si era ripreso. Un attimo prima che potesse sfoderare l’arma Daniel riuscì a farlo funzionare. Il portale si aprì nella sua direzione e lo risucchiò istantaneamente. Walter, ancora intontito per la testata, si lanciò anch’esso ancora ammanettato. Il portale aumentò d’intensità, raggiungendo anche il Capitano che fu risucchiato anch’esso.
Dall’esterno si notò solo una forte luce azzurra e la scomparsa di tutti gli occupanti della vettura.

domenica 21 agosto 2011

(10)


L’ormai adulto Daniel di sicuro avrebbe preferito continuare a vagare nel buio del mondo spettrale e a forti luci rosse cui aveva visitato pocanzi, invece fu costretto, per colpa del fato, a misurarsi con qualcosa di molto più forte di lui. Era ritornato in un posto che aveva già visto, aveva già vissuto, aveva già notato. Un posto fatto di luci violentissime e colori sempre più accesi.
“Walter, mi senti? Sono di nuovo nella sit-com. Sto tornando indietro?”
(Non lo so. Pensavo ci saremmo incontrati ma sono ancora completamente al buio!)
“Quindi sei andato a finire nella testa di Paris Hilton!”

[Risate]

“Sono tornati gli sghignazzi, potrei proporre, finalmente, la storia del passero di trenta chili su un albero!”
(Non pensare alle idiozie, sei a casa mia giusto? Prova a vedere se c’è la macchina dei generi giù in cantina!)
“E visto che ci sto le cambio nome, no?”

[Risate]

(Quanto ti adoro quando fai il simpaticone!)
“E’ il motivo per cui sei innamorato di me, lo so. Ma dovresti ben sapere che dopo qualche anno di matrimonio potrei trasformarmi in un essere che vaga tra tv e letto vita-natural-durante. Tipo uno…zombie?”
(Ecco. Esatto. Ottima metafora!)
“No. C’è uno zombie che entra dalla porta! E assomiglia…a te!”

[Stacco sullo zombie che posa cappello e giacca. E’ assolutamente Walter ma con un occhio in meno e una camminata zoppicante.]

“Tesoro? Sono a casa!”

[Arriva Rita in scena, anch’essa è una zombie, molto curata, ma pur sempre zombie, nessuno sembra far caso a Daniel. Applausi a scena aperta]

“Caro! Come è andata a lavoro?
“Non me ne parlare. Mi sono rotto così tanto di quante urla facesse il capo che mi son dovuto mangiargli una mano per farlo smettere!”
“Ma caro…è il terzo arto che divori questa settimana. Cosa ti succede?”
“E’ che mi trattano male. Ogni cinque minuti fanno casini perché non vedo o non raccolgo bene le cose. Ho un occhio in meno! Dovrebbero capirmi! A te come va’, piccola?”
“C’era il cane dei vicini che abbaiava sempre e non lasciava riposare i bambini! Per fortuna ora il problema è risolto!”
“Che brava moglie che ho!”
“E per pranzo: linguette al vapore!”

[Risate, qualche coretto di disapprovazione. Walter-zombie si volta, Rita va’ in cucina]

“Toh, ma c’è il mio migliore amico, Danny! Come te la passi?”
“B-bene amicone caro. Devo andare un attimo in cantina per una cosa.”
“Ma cosa c’è? Non ti senti bene? Se non fossi arci-sicuro giurerei che tu puzzi di vita.”
“N-no. Ma che dici Walt…Walty!”
“Ma certo. E’ impossibile, mi ricordo bene di quando Pietro il postino ci divorò entrambi. Ma sei uno splendore comunque, da dove l’hai preso quel piede nuovo? Non ce l’avevi l’altra volta!”
“Eh…al supermercato!”

[Risate]

(Non citare film orrendi su meravigliosi fumetti, idiota!)
“Comunque posso andare un attimo giù, dovrei prendere del vino, mi auto-invito a cena!”
“Mi casa es tu casa. Così mi farò perdonare per aver divorato tua madre!”
“Ah…mammina…”

[Rientra Rita]

“A tal proposito, ha chiamato qui, poco fa, dice che da quando è trapassata non la vai più a trovare.
“Tanto vale la preferivo sbranata!”

[Risate. Daniel approfitta del momento di ilarità per portarsi in cantina]

“Ma…la macchina…è di Swaroski! E c’è Belloccia seminuda dentro con una specie di nano-zombie-diavolo-vampiro mannaro!”

[I due notato Daniel, poi ritornano alle loro faccende, il mostro però gli dedica un ultimo sguardo]

“Pace, fratello!”
“E’ pure un hippy!”

[Risate]

(Ho capito, Danny caro. La macchina sta riepilogando tutto ciò accaduto finora. Quindi c’è ancora un’accozzaglia di generi in corso ma nel prossimo mondo dovrebbe finire tutto. Non serve la macchina, serve solo il portale. Aspetta che si apra la porta e andiamo via. Ci rincontreremo dall’altra parte, sicuramente)
“Finalmente una bella notizia. Mancano altri cinque minuti, cosa potrei fare?”
(Sei in cantina no? Prendi una bella bottiglia di vino e scolatela!)
“Giusto, ottimo consiglio!”

[Daniel si sposta verso la credenza tra i gemiti di Belloccia, afferra qualche bottiglia, e mostra un sorriso più che compiaciuto]
“Ottime annate. Mi scolo questo Barolo del 2005. Sarà ottimo.”
(Bevitelo anche per me)
“Lo farò senz’altro. Anche se ha un sapore strano, sarà il tappo.”

[Tre minuti e mezza bottiglia dopo]

“Il sapore persiste, è buono, niente da mettere in dubbio, ma è sempre strano. Fammi vedere gli ingriedienti.

[Primo piano sulla bottiglia.]

“Allora…vediamo…ingredienti: Acqua, uva, alcool, famiglia Barolo Tommaso?”

[Primo piano su Daniel schifato]

“Mi sono bevuto una famiglia?”
(Cosa ti aspettavi da un mondo di zombie?)
“Tu…meschino…lo sospettavi!”
(Mi avvalgo della facoltà di non rispondere!)
“Spera che nel prossimo genere non ci vediamo, perché sennò sei un uomo deceduto. E non tornerai come zombie. Io quella testa te la fracasso!”

[Si apre il portale]

“Walter…avrò la mia vendetta!”

[Daniel entra nel portale. Il mostro, dopo aver terminato ciò in cui era amorevolmente affaccendato, recupera la bottiglia e la beve, dopo un po’ lo sputa]

“Che profonda schifezza. Ci doveva essere qualche componente anemico in questa famiglia. Ah…non lo fanno più il vino umano di una volta…”

[Risatine sparse, sigla finale]

giovedì 18 agosto 2011

(9)


Quando non sai cosa stai facendo, può capitare che non pensi neanche alle conseguenze. E molte volte ti cimenti in attività che non hai mai fatto o non sei capace nemmeno di fare. Aprire un portatile senza averne mai nemmeno formattato uno, far partite una moto da corsa senza aver mai guidato nemmeno un motorino, partire per un viaggio lastminute senza aver mai preparato una valigia. E le conseguenze, in questi casi, che siano un computer rotto, una moto scassata, o un viaggio perso per inesperienza, possono rovinare la giornata o un’esistenza intera. Daniel non ci aveva pensato quando aveva premuto il pulsante del suo telecomando per aprire il portale. Walter gli aveva avvisato, prima che iniziasse il loro vagare tra i generi letterari e non, che le porte si sarebbero aperte dopo mezz’ora o a malapena dopo un giorno esatto. Lui non aveva aspettato e per scappare via da un mondo che non li considerava amici, ha deciso di fuggire, provocando problemi che non si sarebbe mai aspettato.
Ora Daniel si trovava a terra, era appena uscito dal portale, di Walter nessuna traccia eppure l’aveva spinto del fascio di luce prima di lui. Visibilmente spaesato il povero ragazzo inizia a cercare l’amico in giro. Niente. Finché non ode la sua voce.
(Daniel)
“Walter? Dove sei?”
(Qui, ma solo con la mente. Dimmi la verità, ce ne siamo andati prima del termine del giorno?)
“Certo, dovevamo farlo. Rharley ci ha aiutati e prima che potessero farci qualcosa era meglio andarcene da quell’isola!”
(Hai fatto bene, vorrei dirti, ma purtroppo è successo ciò che temevo.)
“Cosa?”
(La forza del portale non era al suo massimo, tu sei riuscito a passare al posto mio perché avevi il telecomando con te. La mia invenzione ha una specie di ancóra di salvezza: salvaguarda sempre chi detiene il controllo del comando. Quindi io non sono qui, ma tu puoi sentirmi, e tu sei lì ma devi confrontarti con un problema ben più grave!)
“Sarebbe?”
(I generi…si sono mischiati! Tu sei in un luogo alternativo dove non esiste, per esempio, una sit-com americana. Ma tipo una sit-com con zombie e alieni post-apocalittica!)
“Che sarebbe una figata atroce!”
(Condivido. Ma attento, potresti trovarti in qualche thriller cospirativo, mezzo horror e con pause per battute sul ceto medio e sulla tipica famiglia patriarcale americana. Non sai cosa ti si può parare davanti!)
“Non ti preoccupare, sono pronto a tutto!” – dice, prima di incappare nella cosa più orrenda che potesse mai vedere.
“Rettifico tutto, Walter, questo mondo è orrendo, io odio questo posto. Voglio tornare a casa! Aiutami!”
(Non posso. Appena scade la mezz’ora tu salta nel portale, io dovrei riprendermi e trovarmi nel nuovo genere con te, ma dimmi cosa hai visto, non mi far preoccupare!)
“Vampiri! Fottuti teenagers vampiri!”
(Non ti invidio affatto!)

(Sigla di apertura.)

Daniel è inorridito. Davanti a lui un gruppo di giovani con sembianze vampiresche se le dà di santa ragione per conquistare l’amata Belloccia, l’umana più carina del circondario. I lupi mannari e gli zombie sono passati di lì per caso e si danno anche loro da fare per conquistare la bella paesana. Belloccia osserva in disparte la lotta per conquistarsi il suo amore, nota Daniel che guarda tutto l’incontro senza proferire parola, gli si avvicina.
“Ciao, straniero, anche lei è in codesti luoghi per partecipare alla singolar tenzone?”
“No, non mi permetterei mai.” – si accorge che la ragazza indossa abiti ottocenteschi, ora che ci fa caso anche tutti i duellanti sono vestiti d’epoca, la confusione di generi si inizia a notare. – “Sono solo un semplice spettatore.”
“Non è permesso ai comuni mortali di stazionare ad osservare la battaglia per il mio amore, ne andrebbe del mio buon nome.”
“Ed inoltre, straniero, se vossignoria è di parlantina veloce, potrebbe rivelar al mondo intero la presenza della mia specie” – aggiunge uno dei duellanti, un vampiro dall’aspetto nobile, che erge vittorioso dalla battaglia. – “E non posso assolutamente farvi abbandonare questo luogo sulle vostre gambe. A meno che…”
“A meno che?”
(A meno che?)
“A meno che lei non sia il portavoce del Re, che mi concede, finalmente, la mano della qui presente Belloccia dei Martiri Tagliuzzati e Messi in croce.” – bacia la mano della fanciulla che risponde con un gridolino e un arrossamento di guance.
“Ma certo che sono io! Mi chiamo…Darkinel, sono il nuovo emissario del nostro meraviglioso re. E in nome suo le concedo la mano di Belloccia, può baciare la sua promessa sposa, nobile cavaliere.” – un attimo dopo i due già giacevano sul prato e si rotolavano in un’estasi d’amore.
(Cribbio, ci siamo giocati la pornografia con quest’accozzaglia di generi!)
“Eh, lo so bene. Ma l’importante è aver evitato il mondo di vampiri infoiati che trombano con chiunque!”
Un istante dopo un vampiro, con sembianze di lupo mannaro, accenni di zombismo e due paia di corna, si avvicina a Daniel con un tomo rilegato nella sua mano putrefatta.
“Mi scusi, buon uomo, ho sentito senza volerlo che voi siete un membro del concilio del re di questo meraviglioso regno. Volevo appunto donarle, se ne sono degno, un mio componimento artistico in prosa. Lo dia al nostro regnante, senza ritegno, e se vuole lo può pubblicare dietro adeguato compenso!” – e se ne và.
“Mi fanno dei regali, tanto vale leggerli e cercare di capire com’è la letteratura in questo pazzo mondo.”
(Leggi a voce alta, che posso sentire anche io)
Caro diario, nn so cs è success stamattina, ma so che sn in love con Belloccia. E’ una rgz così bona e così simpatica. Snt di amarla non sl x le OO grosse, ma anche xkè ha una bll anima. E vorrei, un grn, riuscire a prendergliela per donarla a lucifr, il mio oscuro padrone. Gg farò 1 battaglia x conquistar il suo <3, augurami good luck, amico diario *_*
(Che roba oscena è?)
“S’intitola “the hells diares”, non so che roba immonda possa essere. Sembra una roba scritta da un quattordicenne infoiato!”
(Mi fanno più paura loro che una carica di zombie!)
“Comunque il portale si sta per riaprire, ci vediamo dall’altra parte, Walter?”
(Speriamo di sì, tu credici e ce la faremo)
“In questo momento, intanto, il caro vampirone ha finito con Belloccia. Ma tutti i partecipanti alla battaglia attendono il loro turno. E la signorina non sembra tanto dispiaciuta! Siamo arrivati alla pornografia dura e pura!”
(Soprattutto “dura”, direi!)
“Anche tu fai battute orrende, complimentoni!”
(Ho imparato dal migliore, ora salta in quel dannato portale e cerca di farmi ritornare ad essere una persona normale, non dico che avevo un bel corpo ma vorrei ritrovarlo!)
“Agli ordini, capo!”

Daniel preme il telecomando, un fascio di luce blu si proietta in alto. Capisce di non poter arrivare ad entrale nel portare senza l’ausilio di una scala, o di qualcuno che faccia da scala. Chiama il piccolo scrittore di poco prima e gli chiese se può salirgli in testa, sotto precisa richiesta del re. Gli assicura una produzione del diario in centomila copie, e la mano di Belloccia per gli anni a venire. Il vampiro-mutante-diavolo-zombie mannaro accetta e gli fa da scaletto. Con un balzo felino Daniel si lancia nel portale. Una luce accecante e violenta lo aspetta dall’altra parte.

martedì 16 agosto 2011

(8)


Daniel, ancora svenuto, veniva trasportato da Rharley verso il campo. I due erano seguiti da Lohn e da Walter. Quest’ultimo aveva notato alcuni strani accorgimenti di Jocke. Infatti, durante il tragitto, si era fermato più volte a vedere alcuni alberi e qualche siepe. Walter ha osservato per tutto il tempo senza fare alcuna domanda. Il viaggio tra il punto di arrivo del portare fino al campo dei sopravvissuti è stato molto silenzioso. Fu Lohn a rompere il silenzio.
“Ti stai chiedendo perché ho fatto così tante fermate e anche chi sia questo dottore, giusto?” - chiese a Walter preso di sprovvista.
“Sinceramente, sì. Sono molto curioso.” – annuì a testa alta.
“Vedi, ho messo alcune trappole in passato in alcuni punti per assicurarci qualche provvista nuova e sostanziosa. Il cocco e le piante dell’orto di San sono buone, non c’è che dire, ma c’è bisogno di una bella scarica di proteine se si vuole sopravvivere ai pericoli che ci possono dare gli Oltre!”
“Gli “oltre”? E chi sono?” – chiese Walter ancor più incuriosito.
“Sono uomini che vivevano qui prima di noi che per qualche oscuro motivo non vogliono che ce ne andiamo da quest’isola, e non vogliono che viviamo nelle loro case. E poi: passano attraverso le varie dimensioni per prelevare da quelle parti i nostri doppi, portarli qui e confonderci e disunirci. Infatti siamo quasi sempre tutti insieme e nessuno abbandona il campo senza il benestare del dr.Tishop.” – sospirò e ricominciò – “Il dottore è una persona molto ma molto intelligente che purtroppo è stata rinchiusa venti anni in un manicomio. Non meritava quel trattamento, e il suo meraviglioso cervello ha iniziato a dare dei problemi. Passare troppo tempo in una casa di pazzi non migliora l’intelletto, caro Walter. Comunque era su quell’aereo con noi per un trasferimento in America, doveva incontrare suo figlio per non so che cosa. L’aereo è caduto e lui ha riacquistato tutta la sua intelligenza. E’ come se quest’isola portasse bene, o avesse strani poteri. Tipo dare la forza a chi non ce l’ha, o le gambe a chi non le muove più.” – disse, e si toccò la coscia destra.
“Siamo arrivati” – disse Rharley.
“Bentornati, ragazzi miei, era ben sei ore che non vi si vedeva, mi stavo preoccupando.” – Li accolse un uomo sulla cinquantina, con sguardo buono e mani spalancate per donare un abbraccio. Le mani si ritrassero quando notò le due facce nuove. – “Chi sono i nostri ospiti?”
“Membri degli Oltre!” – rispose Lohn, senza pensarci due volte.
“Cosa?” – domandò Walter leggermente sconvolto!
“Ah, Lohn, cosa farei senza di te? Portateli nella prigione, penseremo domani a cosa fare di loro!” – ordinò il dottore. Rharley eseguì a malincuore l’ordine ma fu contento di togliersi il suo pesante fardello dalle spalle.
“Ma…c’è un errore!” – disse Walter senza essere ascoltato – “Non avete prove di questa accusa!”
“Avete attraversato un portale e avete questo strano oggetto, come lo spiegate?” – chiese Lohn mostrando il telecomando che aveva precedentemente sfilato dalla tasca di Walter.
“Ecco le prove. Portateli dentro. Domani discuteremo di eventuali riscatti o scambi”. – disse il dr.Tishop.
“Non potete…non dovete…” – urlò Walter finchè non fu rinchiuso in cella. Accanto a lui Daniel era disteso a terra ancora incosciente. Passarono le ore e nessuno andò a trovarli, a tarda notte una ragazza orientale gli portò la cena con un sorriso sul viso e tanta gentilezza. Non proferì parola. Walter si addormentò quasi all’alba. Daniel si ridestò un paio d’ore dopo, quando il sole era già alto. Notò la cella, notò il suo amico addormentato, fece un rapido calcolo mentale e capì di essere nei guai. Cercò nelle tasche del suo compagno il telecomando ma non lo trovò. Ora si rese conto della gravità della situazione. Cercò di svegliare il suo amico ma prima che lo facesse una voce si sentì dall’entrata della cella.
“Coso? Coso?”
“Rharley?” – gioì Daniel.
“Sì, sono io. Ieri ho sentito che avete saltato il portale e robe del genere. Io non mi intendo di queste cose e in questo gruppo non sono il più rispettato o quello che dà ordini, ma sono certo che voi non siete parte degli Oltre. Quindi ho rubato per voi il telecomando. Partite, ora. Prima che possano capire chi sia stato e prima che possano scoprire che sono stato io. Andate, e ricordatevi di me.” – gli porse il telecomando.
“Coso, sono commosso! Se vuoi ti svelo un segreto.” – gli disse Daniel, emozionato.
“Dimmi dimmi.”
“Sicuro che non lo considereranno spoiler?”
“Non ti preoccupare, tanto nessuno ci leggerà mai. Tu…sarai…il…nuovo…Bacob!” – gli
rivelò
"Cribbio no! Volevo essere il fumo nero!" - si lamentò Rharley.
“Io ora vado e mi porto dietro questo peso morto.” – indicò Walter ancora addormentato – “Non credo ci siano problemi se saltiamo nel portale prima del tempo stabilito. St’inventori fanno sempre regole stupide per complicarsi la vita.” – premette il pulsante e un fascio di luce blu irrorò la cella buia. Gettò Walter al suo interno e poi salutò un’ultima volta Rharley che ricambiò commuovendosi, quindi si lanciò e scomparve anch’egli nel portale. Senza immaginare i danni che aveva causato.

domenica 14 agosto 2011

(7)

Il posto in cui erano giunti Walter e Daniel non era un luogo come tutti gli altri. Non aveva grattacieli, non aveva strade, non aveva civiltà o quasi. Era una strana isola, un lembo di terra circondato dal mare che non ammetteva vie di fuga. Niente si poteva scrutare all’orizzonte. Niente. Neanche una piccola imbarcazione, o un aereo da turismo. Niente. E loro erano capitati proprio in mezzo al niente.

“Giurami che non è quello che penso io.” – disse Walter al suo amico, visibilmente spaventato.
“Giurami che è quello che penso io!!!” – rispose Daniel piuttosto entusiasta – “Siamo nel posto più bello al mondo! Io ti amo Walter, io ti amo!” – qualcuno iniziò a ridere dopo questa affermazione.
“Chi c’è là? Hugo? Sawyer? Jack?” – chiese Walter impaziente. Ad un tratto un uomo decisamente in là con l’età gli si parò davanti. Era così anziano che pareva morto. In effetti puzzava anche parecchio.
“Walter, questo è uno zombie! Ci ha seguiti!” – rivelò Daniel mettendosi sulla difensiva.
“Lo vedo da me, amico mio, come ci difendiamo? E perché ci indica e ci deride?”
“Sarà per la mia dichiarazione d’amore!” – appena ebbe finito di parlare, lo zombie continuò a sghignazzare ancora più forte. Daniel si irritò non poco.
“Era un “ti amo” di amicizia. Non stiamo insieme!” – lo zombie non accennava a finirla. – “Guarda che ti pianto un paletto di frassino nel cuore, cioè una pallottola d’argento, cioè…dannati horror…ti stacco la testa!”
Lo zombie, appena ebbe finito di ridere, cercò di spiegare a geti qualcosa ai due ragazzi. Che si scambiarono un cenno d’intesa e arrivarono ad una soluzione comune.
“Credo ci stia dicendo che dato che abbiamo saltato il suo mondo ora lui, pur essendo zombie, non sente più la fame che prima doveva sentire per forza e ora è solo un morto vivente che cammina ma che non provoca per noi nessun pericolo!” – disse Walter, in poche parole.
“E tu hai capito tutto questo? Io pensavo stesse dicendo che ci saremmo sposati in una chiesa e io ero vestito di bianco con un bouquet di rose bianche e orchidee!” – chiosò Daniel vergognandosi leggermente – “comunque ora ce lo portiamo appresso?” – cambiò discorso.

(Suono incessante di violini. Iniziano lenti ma aumentano gradualmente di volume)

“Oh no! Quando sti cosi suonano sta per succedere qualcosa. Dannata orchestra!” – imprecò Daniel.
“Il fumo nero?” - chiese Walter.
“Brr sgggr crmnol?” – domandò lo zombie non facendosi capire da nessuno.
“Non so tu cosa intenda ma dobbiamo scappare, in qualsiasi direzione ma dobbiamo scappare!” – Daniel iniziò a correre, seguito da Walter e dallo zombie che non aveva una camminata piuttosto veloce.

(Suono di violini ancora più forte. Sparo.)

“No. Daniel. No!” – disse Daniel.
“Secondo logica, nel caso avessero colpito me, non dovevi dire: “No. Walter. No!”?” – si adirò leggermente Walter.
“Io mi preoccupo prima per me e poi per gli altri. Ma dov’è Zomby?” – i due si girarono al medesimo istante. A terra c’era il loro nuovo amico con un proiettile piantato proprio nella testa. Ormai era a terra esanime, dietro di lui si intravedeva un uomo di una quarantina d’anni, senza capelli, con un pantalone marrone e una maglietta tendente al giallo cadaverico. Lì saluto con un sorriso largo quanto una portaerei e uno sguardo pieno di speranza.
“Ciao ragazzi, io mi chiamo Lohn Jocke. E voi chi siete?”

(Violini fino all’inverosimile, poi silenzio e buio. Scritta enorme su uno sfondo nero e rumori spettrali di sottofondo.)

I tre stazionavano intorno al cadavere nel morto ormai non più vivente. Lohn li guardava con fiducia ma nello stesso contempo li giudicava a seconda delle parole che loro avrebbero detto.
“E quindi come siete giunti qui?” – chiese, non abbassando mai lo sguardo.
“Un…sottomarino!” – rispose Daniel, ricordandosi qualcosa che aveva sentito o visto in passato.
“Il sottomarino eh? E questo essere che vi inseguiva? Un vostro amico che ha improvvisamente cambiato aspetto?
“Amico è una parola grossa. Diciamo conoscente, avevamo fatto il viaggio insieme.” – continuò Walter visibilmente in difficoltà. Stava sudando non poco, e non era solo colpa della temperatura tropicale.
“Sentite, se mi promettete di non essere un pericolo per me e la mia gente, vi porto al campo. Ma se fate una sola cosa senza il mio permesso, vi ritroverete a dividere la buca con il signorino qua a terra. Sono stato chiaro?” – disse Lohn con lo sguardo pieno d’odio.
“C-certo, signor Jocke. Affermativo!” – urlò Daniel mettendosi sull’attenti.
“Ragazzi, pace. Sto scherzando! Non sono una persona così cattiva, abbiate fede. Io ne ho tanta.” – appena finì di parlare un’altra persona si aggiunse al gruppo. Era grasso e grosso, aveva una folta barba e dei lunghi capelli. Ispirava simpatia a prima occhiata.
“Oh, Coso. Non può essere! Anche gli zombie! Non bastavano intrighi, trame di potere, divinità, orsi polari, sparatorie e quant’altro! Anche gli zombie! Che accozzaglia di generi, dio santo!” – disse – “Comunque mi presento, ragazzi, il mio nome è
Rhugo, ma potete chiamarmi Rharley. Venite con me, andiamo al campo, vi presenterò agli altri.”
“Non credo che possiamo, stiamo giusto per andare via.” – annunciò Walter tirando di tasca il telecomando – “Oh, dannazione! E’ scaduta la mezz’ora. Ora dobbiamo per forza stare fino a domani qui. Sennò…”
“Rimaniamo sempre qui, rimaniamo sempre qui, rimaniamo sempre qui!” – disse saltellando Daniel visibilmente felice dalla notizia.
“Coso, che aggeggio strano! Ne sarà felice il nostro dr. Tishop!” – disse Rharley.
“Il dr. Tishop? Io ADORO i cross-over!!” – urlò Daniel prima di svenire dall’emozione.

(Buio)

giovedì 11 agosto 2011

(6)


Il tempo era sempre grigio, a Paradise City, la luce non passava da quelle parti da giorni, mesi, addirittura anni. Le strade erano sempre deserte e silenziose, tranne per alcuni momenti della giornata. Ora stava arrivando uno di quei momenti. Walter e Daniel escono dal portale proprio al centro della piazza. Si guardano attorno: odono solo urla lontane e un sole nero, coperto da nuvole ancora più nere, che li guarda indifferente. Walter si guarda in giro, vede solo desolazione, l’umore non è dei migliori per entrambi. Daniel cerca di stemperare la tensione.
“Siamo arrivati nel mondo post-apocalisse. Ottimo. Ci saranno poche donne, selezionate e di gradevole aspetto, che attendono solo noi per ripopolare la civiltà umana.”
“In effetti non sarebbe una cattiva idea, se tralasciamo il fatto che sono leggermente sposato.”
“Il prete ti ha detto che dovete stare insieme “nella buona e nella cattiva sorte, in salute e in malattia, finché morte non vi separi”. Non ha parlato del fatto che la promessa vale anche negli altri mondi che vai a visitare!”
“Non sono mondi, sono generi. E non credo ci sia un genere che non prevede alcuna presenza umana.”
“Potrebbe star per esplodere il sole, non lo vedo tanto bene. E quindi tutti gli esseri viventi sono partiti per un altro pianeta.”
“Quindi, per tua idea, siamo gli unici esseri umani su questa Terra.”
“Giusto. E non ti far passare in mente l’idea che vuoi ripopolare il nostro pianeta con me. Ti preannuncio che ti prenderò a sberle. Violentemente.”
“Daniel, sinceramente non sei il mio tipo. Tanto vale era meglio tuo fratello.”
“Che poi ci hai pensato? In tutti i telefilm apocalittici ci sono sempre sei-sette gnocche e una brutta. E quella brutta fa sempre una triste fine, o per meglio dire: “una brutta fine”.”
“Oh, come sei divertente. Sicuramente sei l’uomo più simpatico di codesto universo. Complimentoni!”
“Ma neanche tu sei andato tanto male. Un secondo posto è sempre un secondo posto! Distaccato di parecchio, ovviamente, ma è un buon piazzamento. Ovviamente non potrai mai superarmi ma puoi, con calma e tanta pazienza, diminuire lo svantaggio nel corso negli anni…”
“Shhhh.”
“Perché mi zittisci? Ti crea dolore tutta questa mia simpatia contagiante?”
“Shhh, sento dei passi!”
“Oh, la gnocca delle gnocche. Starà arrivando per il sottoscritto”.
Daniel si sistema i capelli, Walter si porta la mano all’orecchio. I due rimangono in silenzio per alcuni minuti finché non odono un rumore sempre più vicino: un lento strisciare, che si ode prima molto distante e poi attorno a loro. Sembra provenire da ogni direzione, sembra che sia proprio a due passi da dove si loro si trovano, sembra che stia quasi per attaccare.
“Non mi dire che ci sono baccelli alieni che ora sono diventati mostri enormi e bavosi che ci mangeranno in un sol boccone?” – chiede Daniel leggermente spaventato.
“Non ti so dire. Però mi sembra una situazione che conosco bene.”
“Vero. A te piacciono tanto ste cose apocalittiche! Le invasioni soprattutto. Che siano alieni, zombie, o anche dei vicini che non sopportano la musica ad alto volume ed iniziano a sparare a tutti, tu ci impazzisci.”
“Aspetta aspetta aspetta…cosa hai detto?”
“Vicini?”
“No. Prima!”
“Alieni!”
“No. Dopo!”
“Virgola? Il gattino?”
“No. Dopo!”
“ZOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOMBIE?” – urla Daniel mentre ne vede un gruppo esattamente a dieci passi da loro. Lo strisciare che avevano udito, era dovuto dalla camminata lenta ma costante dei morti viventi. Sono circondati. Non hanno pistole. E hanno paura.
“La situazione non è delle migliori. Quanto manca al prossimo salto?” – chiede Daniel, ormai terrorizzato.
“Dieci minuti. Dobbiamo trovare un nascondiglio. Un buon nascondiglio!”
“Non vedo superstiti nella zona, o troviamo un’arma o dobbiamo sperare in una leggera botta di culo.”
“Tipo un elicottero che frana su di loro consentendoci di andarcene indisturbati?”
“Neanche il peggior sceneggiatore penserebbe ad una cosa del genere” – ipotizza Daniel. Ma, un istante dopo, si ode un rumore inconfondibile di un aereo. Barcolla, senza dubbio, il pilota, semmai ci fosse, non riesce a tenere dritto l’elivolo e cerca di attuare un atterraggio d’emergenza. La lunga ala bianca sul nero delle nuvole crea un colpo d’occhio maestoso come un angelo mandato dal Signore pronto a salvare le anime dei credenti. L’aereo conclude la sua lotta con la forza di gravità a poca distanza dal gruppo di zombie pronto a sferrare l’attacco contro i due ragazzi. Il fato è dalla loro parte. Gli zombie fuggono via spaventati dal fuoco dell’esplosione. Non tutti però.
“Ho indovinato! Ho indovinato!” – esulta Walter dimenticandosi di dove fosse. Preso dalla foga dell’entusiasmo non si accorge che uno zombie, molto alto e decisamente più veloce degli altri, è quasi arrivato alle sua spalle. Con uno scatto felino Daniel si lancia sull’immondo essere senza cervello, ma viene sbattuto a terra con un semplice pugno. Cadendo sbatte, con la testa, contro il muro di una casa abbandonata. Un istante dopo è con gli occhi chiusi, a terra, che perde sangue dal capo. Walter è ormai in balìa della forza dello zombie.
“Vai via” – urla cercando di dimenarsi mentre l’essere senza cervello, ma con molta astuzia, lo issa sulle sue spalle e lo porta via con sé, probabilmente per dividere il pasto con gli altri. “Ho beccato l’unico zombie con una coscienza civile”, pensa Walter mentre escogita qualche piano che gli dia la possibilità di liberarsi, ma è ormai completamente alla mercé del morto vivente. Mentre viene portato via, dà un’ultima occhiata al corpo di Daniel, sotto la casa distrutta. Non lo trova. Si guarda in giro, nessuna traccia del suo amico. “Sicuramente è stato rapito da qualche altro essere”, pensa, e intanto si maledice per averlo costretto ad accompagnarlo in questa avventura suicida.
“Ci vuole ben altro che un colpo alla testa per mettermi k.o., bello mio.” – urla Daniel allo zombie che, stranito, si ritrova davanti a se il ragazzo il quale, senza pensarci due volte, lancia nella sua direzione un portacenere di Swarovski, souvenir di una precedente visita che i due avevano effettuato. Il colpo, preciso al centro della fronte, fa cadere l’enorme bruto e con se anche il povero Walter che si ritrova sdraiato su di lui con la testa a due centimetri dalla sua enorme bocca. Daniel corre a rialzare l’amico. Scappano in una direzione apparentemente disabitata e deserta e Walter preme il pulsante per l’apertura del portale.
“Mi hai salvato la vita.” – afferma con molta gratitudine.
“Anche tu me l’hai salvata, tanto tempo fa!”
“Ordinare una Samichlaus al posto di una Heiniken non è salvare la vita!”
“Questo lo dici tu, il mio palato intanto ti ringrazia enormemente.”
“Comunque complimenti per la mira!”
“Lo sapevo che cinque anni di tiro con l’arco dovevano per forza servire a qualcosa. Mi sei costato un posacenere da mille e passa euri, comunque, ricordatelo!”
“Te ne prendo uno uguale…”
“Oh, grazie. Che gentile che sei.” – Daniel salta nel portale.
“Quando e se sarò mai ricco!” – sogghigna Walter e si lancia anch’esso senza accorgersi che, dopo di lui, anche un altro essere li ha seguiti.

martedì 9 agosto 2011

(5)


(Interno. Tipica villa super-accessoriata americana. Walter e Daniel si ritrovano in un lussuoso soggiorno completamente pregno di cristalli Swarovski)

Daniel: “Toh, lampadari di Swarovski, posacenere di Swarovski, tavolini di Swarovski, ci manca solo un cagnolino di Swarovski. Ma questa è casa tua?”
Walter: “Sembra, ma non mi ricordo di essere mai stato un miliardario.”
Vfc: “Padre!”
Daniel: “Padre?”

(Dalla stanza attigua spunta fuori una procace ragazzina di una ventina d’anni, abbraccia con entusiasmo Walter)

Ragazza: “Padre. Sono contento di avervi rivisto prima del mio matrimonio. Ora sono felice che tu abbia accettato la mia scelta di sposare il signor Erwin.
Walter: “Monica?”
Monica: “Non mi chiamavi così da tempo, chiedo scusa se ti sto parlando con questa forma così personale. Ti…vi…chiedo scusa.”
Walter: “Monica, sei mia figlia, come accidenti vuoi parlarmi?”

(Daniel approfitta dell’incontro padre-figlia per bere un bicchiere d’acqua. La bottiglia è intarsiata di Swarovski, anche il bicchiere ovviamente)

Monica: “Era pure da tempo che non mi chiamavi “figlia”. Da prima che partorii il figlio di mio cugino Thomas.”

(Daniel sputa l’acqua, la fontanella che ne fuoriesce ha lo brilluccichio dei cristalli Swarovski)

Daniel: “Brava la figliola eh?”
Walter: “Non mi sento tanto bene!”
Monica: “Non fare così, padre, non di nuovo. Mi ricordo ancora il triplo by-pass che ti hanno inserito dopo lo shock della morte di mio fratello.
Walter: “Mi sto sentendo veramente male.”
Monica: “Fortuna che poi si è scoperto che Tom era vivo e vegeto e in Australia, quello che era deceduto nell’incidente era il suo perfido gemello cattivo Alan.”

(Daniel si siede su una poltrona di Swarovski, si lamenta un po’ per il dolore causato dai cristalli e inizia a mangiarsi un enorme cesto di popcorn. Costellato di Swarovski)

Daniel: “Tutto ciò è meglio di Sentieri”.
Walter: “Ma certo. Siamo in una soap-opera. Come ho fatto a non capirlo?”
Vfc: “Sei sempre stato duro di comprendonio, mio caro ex-ex-ex-marito.”

(Tutti osservano verso l’enorme scalone situato proprio al centro della sala. Dalla sommità scendeva una donna di un trentina d’anni ma truccata come se ne avesse quindici. Indossava un vestito lungo, da gran gala, peccato che erano le tre del pomeriggio. Scese con eleganza innata e con gli occhi chiusi)

Rita: “Non posso vederti ma immagino che tu sia, come sempre, con la bocca spalancata per la mia meravigliosa bellezza.”
Walter(le si avvicina): “Rita, sei bella come quando mi sono innamorato di te. Sei lucente.”
Rita: “Sarà il mio vestito di Swarovski”.
Daniel: “Se ne avete un paio da buttare, di cristalli, sarò ben felice di portarli io verso la pattumiera”.
Monica: “Madre, non sei felice del ritorno di mio padre proprio il giorno del mio matrimonio col signor Erwin.”
Rita: “Certo. Almeno a questo matrimonio si è presentato. Non come è accaduto in passato.”
Daniel(divertito): “Cosa ha combinato questo discolaccio?”
Rita: “Ha evitato le nostre quarte nozze per passare una notte di passione con la mia più orrenda nemica: Jessica Lovejoy.”
Daniel(continuando a mangiare pop-corn): “Allora è proprio un discolaccio!”
Walter: “Quarte nozze? Ma non ne bastava una?”
Daniel: “Aggiornati con i tempi Walter, da queste parti chi si sposa solo una volta è out!”
Monica: “Io infatti sono al mio secondo matrimonio.”
Walter: “E chi è stato il primo marito?”
Monica: “Ma Alan no? Non ti ricordi?”
Walter: “Hai sposato il perfido gemello cattivo di tuo fratello. Di conseguenza hai sposato tuo fratello! Non ti sei resa conto che avevano la stessa faccia?”
Monica: “Non ti arrabbiare padre. Aveva fatto una plastica, nessuno se n’era reso conto.”
Walter: “E come avete capito che era morto lui invece di Tom se non si assomigliavano?”
Daniel: “Walter si vede proprio che non capisci niente. Dopo l’incidente, per la botta subìta, il caro Alan ha perso la faccia finta che si era fatto e tutti hanno scoperto che era il gemello di Tom!”
Walter: “Mi fa male la testa!”
Rita: “Come dicevi sempre quando stavamo a letto assieme, e poi svenivi. Ed io che pensavo sempre che mentivi, poi constatammo quel tumore al cervello!”
Walter: “Ma è mai possibile che io devo sempre sentirmi male e voi vi sposate con chiunque? E chi è questo Erwin?”
Monica: “Il dottor Erwin Costanter. Il primario di chirurgia del Saint Stefan Hospital.”
Walter: “Quanti anni ha? Non credo sia un primario a venticinque anni!”
Monica: “Settantadue. Ma se li porta bene”.

(Walter sviene. Daniel se la ride beato. Passano alcuni minuti, Walter è a terra, tutto pregno di Swarovski, si riprende con i sali)

Monica: “Padre, stai bene?”
Walter: “Figlia mia, perché vuoi dare questo dolore a tuo padre?”
Rita: “Per salvare questa famiglia. Non vedi che siamo ridotti, ormai, sul lastrico?”
Daniel: “Vendervi un posacenere no?”
Rita: “Un tempo te li sceglievi meglio, gli amici!”
Daniel: “Walter, cosa vorrebbe dire costei?
Walter: “Senti, bella mia, di sicuro questa famiglia non vive male se potete permettervi tutto questo lusso. E la mia unica figlia non sposerà mai un vecchio rimbambito. Neanche se fosse Bill Gates!”
Monica: “Non rimettere in mezzo la storia di Bill, padre, è acqua passata!”
Daniel: “Questa tua figlioletta è un cumulo di sorprese!”
Rita: “Oh, caro mio ex-ex-ex-marito. Tu non comandi più in questa casa, da tempo ormai. Ora Lester è il capofamiglia, e lui ha acconsentito al matrimonio.”
Walter: “E ora chi è questo Lester?”
Monica: “Il nuovo marito di madre. Va’ a scuola con me!”
Daniel: “La madre si trova un ventenne, la figlia un settantenne. Il mondo è strano!”
Walter: “No. Questo mondo è strano! Fortuna che il portale si sta aprendo proprio fuori casa. Andiamo Daniel, questo posto è un autentico inferno.”
Vfc: “Dove vai, nonno?”
Walter: “Nonno?”

(Walter si gira, c’è un ragazzo di due metri che spunta dietro Monica.)

Artie: “Mi dovevi insegnare a giocare a basket. Non ricordi?”
Walter: “Tu sei mio nipote?”
Artie: “Sì.”
Walter: “E sei il figlio di mia figlia?”
Artie: “Certo che sì, nonno. Hai problemi di memoria?”
Walter: “E quanti anni avresti?”
Artie: “Diciassette appena compiuti.”
Walter: “E non sembra leggermente strano che tua madre ne abbia solo tre in più? Dov’è la logica in tutto ciò?”
Artie: “Mamma, ciò che dice il nonno è vero? Tu…non sei mia madre?”
Monica(piangendo): “Non te lo volevo dir così. Artie, sei stato adottato!”
Walter(urlando): “Questa è una gabbia di matti.”

(Sbatte la porta. Daniel rimane dentro, riapre la porta, si porta la mano al volto come se fosse in un teatro di posa e stesse recitando Shakespeare)

Daniel: “Ora vado, il conte ha bisogno di me. Ho il suo anello!”

(Il portale è aperto, Walter è già entrato. Daniel saluta col posacenere Swarovski in mano e salta nella luce blu. Il passaggio si chiude.)

lunedì 8 agosto 2011

(4)


(Interno. Casa. Cantina tipicamente americana. Walter e Daniel escono dalla macchina, si guardano attorno.)

Daniel: “Non vedo o sento niente di diverso. E’ tutto un pacco, mi hai fregato. Voglio indietro le due ore migliori della mia vita.”
Walter: “Per passarle su Youporn?”

(Risate)

Daniel: “Le hai sentite anche tu?”
Walter: “Sì, è come se qualcuno ci deridesse più di quanto non fanno già realmente.”

(Risate)

Daniel: “E’ vero. Ci deridono, devono essere i tuoi figli. Quelle due piccole pesti.”
Walter: “I miei figli? Delle pesti? Tom che a 5 anni va’ già in terza elementare e Monica che ha solo un anno e mezzo e a malapena spiccica frasi di senso compiuto?”
Daniel: “Sì. Sotto l’aria di genio e di lattante si nascondono dei piccoli Stalin.”
Walter: “E poi uno si chiede perché tu non hai amici.”
Daniel: “Io ho amici, solo che non ho voglia di vederli”

(Coretto di disapprovazione)

Daniel: “Ma tutto ciò, a te, non sembra molto familiare?”
Walter: “E’ casa mia, più familiare di questo non ce n’è!”

(Silenzio)

Daniel: “Questa era molto fine e molto orrenda. Non è piaciuta.”
Walter: “Almeno con me hanno riso prima, a te solo “oooo” di disapprovazione.”
Daniel: “Ah, è una gara? Allora beccati questa: cosa fa un piccione di trenta chili su un albero?”
Walter: “Era vecchia quando io ero bambino. Mi deludi.”
Daniel: “Non me ne vengono al momento, è la tensione della diretta!”
Walter: “Diretta? Oh mio Dio! Giusto. Diretta!!”

(Walter sale le scale. Apre la porta che delimita la cantina, vede la sua casa lucente e la sua famiglia con un sorriso perennemente stampato in faccia. Si gira verso Daniel che lo aveva raggiunto)

Walter: “Ho capito: siamo in una sit-com!”

(Sigla di apertura.)

Daniel: “Lo stavo appunto per dire io, un’altra decina di minuti e l’avevo capito.”

(Risate)

Daniel: “Hanno riso, hanno riso. Ma questo è niente fino a quando non gli racconto quella del passero.”
Walter: “Non era un piccione?”
Daniel: “Mi ero sbagliato. E’ un passero.”
Walter: “Non credo sia un cambiamento epocale in tutta la storiella.”
Daniel: “Beh, sai come funziona no? Tra passero e piccione ce ne passa di strada. Ahahah. Passero-passa. Ahahah. Come sono simpatico.”

(Silenzio)

Daniel: “Ingrati!”
Walter(rivolto a Rita, sua moglie): “Cara, va’ tutto bene? Sei così raggiante.”
Rita: “Hai detto che dopo che avevi finito di “giocare” con Daniel, mi avresti fatto un bel regalo. Dov’è? Io non vedo niente!”

(Risate)

Walter: “Perché ridono?”
Rita: “Ho detto “vedo”. Che forte dose di auto-ironia che ho!”

(Piccole risate, qualche applauso)

Walter: “Amore, non ti scoraggiare. Un giorno troveremo una cura.”
Rita: “Io la conosco e si chiama…” (si ode la porta d’ingresso che si apre, tutti osservano verso di essa.)
Uomo: “La mooooooorte!”

(Risate sparse, qualche boato di entusiasmo. Sul ciglio della porta un signore di una certa statura ha il travestimento classico da Morte. Con la relativa falce al seguito.)

Uomo: “Ragazzi, vi piace il mio costume di carnevale?” (si toglie la maschera, è Roberto, il vicino).
Bambini: “Sìììììììì!”
Rita: “Roberto, che mattacchione che sei.”
Roberto: “Ma mai quanto l’oscura mietitrice. Bambini, chi vuole passare nell’aldilà grazie alla mia lucente falce?”
Walter: “Roberto, quante volte ti ho detto di non spaventare i bambini?”
Roberto: “Ma loro sono felici, guarda. Sorridono!” (i due piccoli saltellano di entusiasmo e giocano con la falce)
Walter: “Sì, ma io stavo parlando di lui!” (indica il divano. Dietro, accovacciato, c’è Daniel che trema e biascia parole incomprensibili)
Tom: “Puoi uscire zio Daniel, la falce è di gomma!”
Daniel(ricomponendosi): “Stavo solo recitando, sono entrato nella parte”
Roberto(con la maschera): “La morte che viene la morte che sogna, la morte che ha il muso di un topo di fogna. Buahahahahaha”.
(Daniel scappa ed entra in cantina, Walter lo segue.)

Rita: “ Caro prendimi i pomodori in lattina, che ho una fame che non ci vedo!”

(Risate, qualche momento di commozione)

Walter: “Per queste battute bisognerebbe uccidere lo sceneggiatore”

(Risate. Standing ovation.)

Daniel: “Quando si apre il portale?”
Walter: “Ora!”

(Un fascio di luce blu trasparente si prospetta davanti a loro. Walter tiene un mano un telecomando rosa.)

Daniel: “Ma quanto è fashion quel coso che hai in mano.”
Walter: “E’ della tv di Hello Kitty di mia figlia. Me ne vergogno un po’.”
Daniel: “Per avergli comprato la tv o per averle rubato il telecomando?”
Walter: “Tutte e due!”

(Risate)

Walter: “Saltiamo, ora!” (si lancia nel fascio di luce, scompare)
Daniel: “Non ho raccontato il finale della barzelletta del passero. Ora rimarranno col dubbio, poveri spettatori.”

(La luce si estingue. Le risate scompaiono. Nero.)

sabato 6 agosto 2011

Cose che non capisco di questa estate strana




Non è per fare il bacchettone, che di solito lo sono soltanto ma cerco di non darlo a vedere. E' che le conseguenze dell'otite (almeno, questo è quello che mi è stato diagnosticato) che mi ha preso da qualche giorno non sono solo dolori lancinanti che non mi fanno dormire la notte. Ci sono anche la rinuncia alla mini-vacanza programmata a Senigallia in occasione del Summer Jamboree, gli arresti domiciliari forzati, lo zapping televisivo limitato ai pochi canali che sono costretti a sorbirsi tutti quelli come me che non hanno ancora il digitale terrestre. Orbene, mi trovo costretto a dichiarare che, per spegnere il cervello e non pensare più ai dolori, Italia 1 è la medicina giusta.
In pratica ho visto la mia prima puntata di O.C. della mia vita. Ho conosciuto il famoso Set Cohen a cui tanto mi paragonano. Se non altro, in un ammasso di personaggi idioti e palestratissimi, lui mi è sembrato il più decente. Poi legge fumetti, e nella puntata che ho visto io gli hanno addirittura proposto di scrivere una Graphic Novel.
Qui ci sarebbe tanto da dire, ma lasciamo stare. Forse, e dico forse, scriverò un altro post su questo argomento.
Ma veniamo a noi, che ho già deragliato parecchio.
Italia 1, dicevo. Italia 1 e i suoi spot idioti, in cui adolescenti turbolenti si affannano a convincere i loro simpatici coetanei a comprare uno zaino che li renda fighissimi. Che si tratti di uno zaino tutto rosa rosa super glitterato e fashion sponsorizzato da ragazzine che strizzano l'occhietto a più non posso o di uno zaino super figo e multi accessoriato per piccoli bulletti crescono, il tema cartella scolastica (ahah, cartella scolastica...come sono demodè) sulla rete dei gggggiovani non si ferma mai.
E allora ecco tutto: tra le tante, orribili pubblicità, sono stato colpito da quella che vedete nel video.
Questo sbruffone dai capelli più lunghi di quanto consentirei a mio figlio a quell'età mi ha inquietato non poco.
Non c'è niente in quello che fa che non mi abbia messo in uno stato di agitazione per come va il mondo oggi.
Cioè, parliamone. Già l'inizio basterebbe, di per sè, a prendere a sberle il bimbo e chi ha inventato la pubblicità: lui si butta da un aereo munito solo del suo zaino, per poi atterrare comodamente su un prato senza il minimo problema. Non ci vuole molto a capire che quell'atterraggio è frutto di una semplice capriola fatta sul prato, ma la mia domanda è: siamo sicuri che tutta questa sceneggiata sia necessaria? A che scopo?
Ma andiamo avanti. Senza mai chiarire bene se il Nostro bulletto di quartiere sia mai entrato o meno a scuola, lo vediamo subito scorrazzare per le strade della città a bordo di uno skate. E sì, perchè qui viene il bello: lo zaino in questione, proprio come sottolinea più volte lo spot, vanta proprio il fatto di avere uno skateboard incorporato con sè. La mia seconda domanda è: cosa ci deve fare uno di uno skate incorporato quando va a scuola?
La risposta sarebbe: niente. E forse questo risponde al dubbio di prima. Il nostro bulletto preferito, a scuola non c'è proprio andato.
Altra perla: vediamo il nostro simpatico amico, insieme ad altri perdigiorno come lui, che scorrazzano per la city. Fin quando, nei loro giretti da bulletti, lo becchiamo a travolgere con tutta la furia adolescenziale di cui è dotato un uomo che ha la sola sfiga di trovarsi lì in quel momento, essere vestito in giacca e cravatta e avere tutta l'aria di un manager. Ora, di sicuro i cari autori di questo bellissimo spot avranno studiato fior fior di libri su quanto sia difficile l'adolescenza e su quanto, secondo gli adolescenti, gli adulti siano dei rompiballe atomici pronti a fare di tutto per rovinare la loro vita. E quindi si saranno subito detti, quei furbacchioni, che per convincere altri bulletti come quello dello spot a comprare questo fantastico zaino basterà trasmettere il messaggio che solo con questo zaino si può fottere il sistema. Ovvero l'adulto. Ovvero un povero sfigato che ha come unico torto quello di stare lì per caso vestito in giacca e cravatta a parlare al telefonino con dei fogli in mano. Un manager, uno stronzone - secondo loro. Nient'altro che un pover'uomo a cui, tra l'altro, i bulletti fanno cadere tutti i fogli senza chiedere neanche scusa. Ahah, che grasse risatte per noi bulletti di quartiere. Quello stronzone tutto ingessato e serio serio ha avuto pane per i suoi denti. Noi si che siamo furbi e gggiovani. Non per niente abbiamo lo zaino con lo skate incorporato!
Capisco. La mia domanda è: quindi, secondo i cari autori, il concetto di "figo" è tutto qui? Davvero, facciamo felici i ragazzini instillando l'idea che questo è il comportamento da tenere per essere davvero cool? Non ne sono mica tanto convinto, io.
Ma vi chiedo scusa, forse sono sbagliato io. E' che io di botte a scuola ne ho prese tante che sono abbastanza sensiile al tema, e se c'è una cosa che mi spaventa è assecondare la tendenza di un adolescente incazzato (come lo sono tutti) a sfogare la propria rabbia con l'aria di bulletto da quartiere.
E poi il gran finale, che noi autori gggiovani della rete per i ggiovani non ci facciamo mancare niente: il bulletto torna a casa, con il cappellino a rovescio (quello sì che fa gggiovane), tutto sudato e soddisfatto. La voce fuori campo della mamma gli fa: "Tutto bene a scuola?". Tralasciamo la scenetta della mamma, che mi fa pensare a quanto sia tristemente vera la parodia de "i soliti idioti" quando fanno "mamma esco".
Parliamo di lui. Del nostro bulletto preferito.
La mamma gli chiede: "Tutto bene a scuola?"
E lui fa una smorfia.
Una semplice smorfia sufficiente a farmi venire la voglia di prendere quel ragazzino a sberle. Lui e gli autori.
Perchè a quel punto è chiaro che il bulletto a scuola non ci è proprio andato, così come è chiaro che proprio per questo si sente talmente figo da insinuare, con quell'ammiccamento in camera, che non andare a scuola per rompere i maroni ai manager di oggi è cosa buona e giusta. Amen.
Ok, ok. Io sto tirando fuori tutta la mia vecchiaia repressa che mi porto dietro da quando avevo 2 mesi, ma di solito tendo a cercare il buono di ogni cosa. A pensare che in fondo sia tutto in buona fede. Che dovrei cercare di guardare da un altro punto di vista, e che magari non c'è nessuno scopo diabolico dietro quello che a me sembra sbagliato.
Ma qui no. Giuro, mi sono incazzato. Proprio perchè quello spot, dal mio punto di vista, contribuisce in qualche modo a trasmettere dei messaggi completamente opposti a quelli che andrebbero trasmessi da qualsiasi persona adulta dotata di cervello.
E lo so, in teoria sarei troppo giovane per dirlo, ma chi se ne frega, lo dico lo stesso: ai miei tempi era diverso, non ci sono più le generazioni di una volta, dove sono finiti i veri valori della società, dove andremo a finire, ai miei tempi si conosceva il rispetto.
Ecco, l'ho detto. Mi sento meglio, ma in fondo in fondo la voglia di prendere a sberle gli autori dello spot mi è rimasta. Amen.

venerdì 5 agosto 2011

(3)


“Allora? Che si può fare con sta "macchina degenere"? Lo fa il caffè?” - chiesi divertito.
“Del genere! Del genere! E’ la risposta a tutte le nostre idee di universitari frustrati e di liceali picchiati.”
“Ah, bei tempi di una volta! E cosa si fa, in sintesi, con questa grande invenzione che ha sconvolto l’umanità tranne il sottoscritto?”
“Semplice: la macchina, premendo leggermente questa levetta, ci porta, senza colpo ferire, in un altro luogo che è sempre il nostro ma diverso. Nel senso che i tuoi cari ci sono ancora, i miei cari anche e persino il cane che mi attende al semaforo ogni mattina per andare a prendere il giornale col sottoscritto. Conosci i cunicoli spazio-temporali inter-universo? Quelli che collegano un universo ad un altro differente? Ho agito su questi, chiamiamoli varchi, per creare un passaggio che ci portasse non in un altro universo ma sempre nello stesso, nello stesso tempo, nello stesso luogo. Hai afferrato?”
“Mi sono fermato a “leggermente” e del resto ho capito ben poco. Alla fin fine non si viaggia negli universi, non si viaggia nel tempo e non si viaggia nei posti. In conclusione non hai inventato né una macchina che ci permetta di esplorare i mondi nuovi, né una che viaggia nel passato o nel futuro e nemmeno il teletrasporto? Cosa accidenti hai inventato?”
“La macchina del genere!”
“Giuro che se ripeti di nuovo questo nome mi metto a piangere.”
“Daniel, ti piacerebbe vedere com’è il mondo se vivessi nel selvaggio west? O durante un’invasione aliena? O se fosse un film strappalacrime romantico? Ora lo puoi fare. Ora possiamo viaggiare in tutti i generi narrativi e rimanere sempre qui. A casa nostra. Dobbiamo solo girare una levetta e vivremo da protagonisti ogni attimo della nostra esistenza. Come se fossimo in un serial, in uno dei nostri telefilm preferiti, come se fossimo entrambi i personaggi di un racconto scritto da qualcuno con poca inventiva, e con tanta voglia di esplorare ogni genere possibile per sapere a quale sia più adatto.”
“…” – Non riuscivo a parlare, era come se mi avessero appena annunciato la vincita di un milione di euro o la proprietà, da un’eredità di uno zio miliardario, di tutto lo stato di San Marino. Io e Walter avevamo ipotizzato, in passato, questa meravigliosa macchina. Ma era un sogno, qualcosa di impossibile da realizzare, una di quelle cazzate di cui parli con i tuoi amici quando sei sbronzo e poi te ne vergogni al risveglio. Il nostro progetto originale prevedeva un portale per le dimensioni alternative, volevo vedere come era il mondo visto da un’altra ottica, com’era la Terra che ricordo qualora avesse conosciuto diverse scelte, diversi uomini l’avrebbero calpestata o magari sempre gli stessi ma con più raziocinio. Tipo Nerone che prima di incendiare Roma avesse deciso di contare fino a dieci, o magari di farsi un bicchiere di assenzio che lo avrebbe portato ad un sonno profondo, con buona pace della capitale dell’Impero Romano. O magari Hitler che avrebbe deciso di continuare a dipingere case e farsi un canile. O addirittura cosa sarebbe accaduto se la Juventus non avrebbe mai comprato Felipe Melo. Son cose che mi hanno sempre affascinato. Son cose che, a quei tempi, desideravo sapere.
“Gira la levetta Walter, andiamo e dimentichiamoci di questo posto.” – gli dissi.
“Piano, piano. Non possiamo stare più di trenta minuti in nessun luogo. Se saltiamo il ritorno ci dovremo rimanere, al massimo, per ventiquattro ore. Poi la porta si chiuderà e non potremo più tornare indietro.”
“Cioè tu mi stai dicendo che se esiste un luogo dove tutte le donne sono sempre completamente nude, io devo tornare indietro entro massimo un giorno?” – gli chiesi, molto intristito.
“Ovvio. E poi sai meglio di me che le spiagge per nudisti più che attizzare, ti buttano a terra.” – mi rispose divertito.
“Non me lo far ricordare. Vabbè, qualunque cosa tu voglia fare sono con te. Via: verso l’infinto ed oltre!” – recitai, mettendomi in posa.
“Non iniziamo con le citazioni importanti. Entra nella macchina, inserisco un paio di dati e andiamo.”
“Mi raccomando: il mondo delle donne nudiste mettilo per quinto, ci voglio arrivare con calma.”
“Non è una macchina che attraversa le dimensioni. Questa attraversa i generi letterali, idiota!”
“Allora…anche la pornografia?” – chiesi dubbioso.
“Non ci avevo pensato. Sarà un luogo pieno di gente che si accoppia ovunque.”
“Mi ricorda una certa villa di un certo Presidente.”
“Ah, ecco il vero Daniel. Ora si che ti riconosco. Lassie è tornato a casa!” – festeggiò Walter.
“E ha sporcato tutto il tappeto per l’entusiasmo.” – aggiunsi.
“Entra, dai, che ci sono anche io. Partiamo, finalmente!” – girò la levetta, entrò con me nella macchina. Lo spazio era capiente a stento per due persone normodotate. Chiuse il portello con la maniglia interna e si iniziarono a sentire delle turbine che lentamente aumentavano di intensità.
“Walter?”
“Dimmi.”
“Posso farti una sola domanda?”
“Dimmi.”
“Quante volte l’hai collaudata?”
“Nessuna.”
“Lo sai che ti odio?”
“Non me lo dicevi da tanto tanto tempo. Bentornato Lassie.”
“Giuro che se torniamo integri sporcherò tutto il tuo tappeto con tanta felicità. E’ una promessa.” – Chiusi gli occhi e pregai. Il Dio dagli spaghetti volanti era dalla mia parte, lui sì che mi avrebbe aiutato.

giovedì 4 agosto 2011

(2)


Walter mi precedeva mentre scendevamo le tipiche scale di una cantina americana. Si era fatto costruire la villetta tipica delle sit com degli anni ottanta, tipo quello dove Steve Urkel rompeva le scatole ai suoi vicini, o, per fare un altro esempio, quello dove c’era quel ragazzo che se la credeva troppo con giubbotto di pelle e ciuffo impomatato che combinava guai a non finire. L’aveva sempre desiderata e c’era riuscito ad averla, per restare sempre in tema di sogni, lui almeno uno è riuscito a realizzarlo. Anche se avere una donna come Rita a fianco credo sia il miglior desiderio che uno possa coronare. E Walter credo ringrazi il cielo ogni giorno di più per questo regalo. Scesi l’ultimo gradino e davanti a me si parò una specie di laboratorio da scienziato pazzo. Molto appariscente, decisamente inquietante.
“Ed è qui che sezioni i cadaveri no?” – chiesi scherzando.
“No, quello lo faccio in solaio, qui li riattacco sperando di riuscire a creare un nuovo mostro di Walterstein” – rispose senza scomporsi.
“Nuovo?”
“Sì, il primo non è andato bene. E’ uscito simpatico, dotto ed efficiente. Io lo voglio rozzo, burbero e idiota, che distrugge le persone ovunque vada!”
“Vuoi un politico allora?”
“Una specie, ma con più umanità”
“Allora la strada è ancora lunga, amico mio.” – risi, ma solo per un attimo, per stemperare quella tensione che sentivo addosso e che mi provocava, non so perché, paura.
“Vieni Daniel. E’ giunto il momento. Sono passati dieci anni dalla fine della laurea, siamo diventati più grandi, più responsabili, abbiamo costruito qualcosa per il nostro futuro. Io mi sono fatto una famiglia, tu credo stia pensando di fartela no?”
Annui senza proferire verbo. Non volevo deluderlo. Il mio rapporto con Marzia era da considerarsi l’inizio di una famiglia? Non lo credevo proprio.
“Ora però torniamo indietro, a quando eravamo ancora giovani, a quando passavamo le notti a pensare a come fare per cambiare questo mondo e ad intristirci perché nulla era possibile per salvare questa Terra su cui viviamo. E lì capimmo che l’unica vera soluzione, per il nostro malcontento, era sempre la stessa…”

“Gli universi paralleli” – dissi io, dieci anni prima, alla festa di laurea di Walter. Due giorni dopo ci sarebbe stata la mia. Sarebbero stati dei giorni di colossali sbronze e di disastrosi risvegli.
“Sì. Sempre gli universi paralleli. Da che mondo è mondo, anzi, da quando esiste la tv l’unico modo per cambiare, ad ogni puntata, la fisionomia della serie è quello di far viaggiare tra e dimensioni i protagonisti, giusto?”
“Certo” – convenni – “così il pubblico non si annoia mai e puoi esplorare tutti i generi letterali senza preoccuparti di bazzecole come la scienza reale o, in molti casi, la continuity. Scrivere una serie che parla di dimensioni parallele è il sogno di ogni sceneggiatore. Forse un giorno sarà anche il mio.” – dissi, speranzoso. Non potevo mai sbagliarmi più di tanto.
“Ovvio che sì, amico mio, tu sarai il nuovo re di Hollywood, sarai lo scrittore più pagato del mondo, ogni tuo nuovo parto sarà considerato l’opera più venduta sul globo terracqueo. Stephen King ti chiederà consigli, Umberto Eco ti scriverà le prefazioni.”
“E Agatha christie si risveglierà dalla morte e mi darà il premio Nobel per la letteratura.” – conclusi.
“Giusto. Non ci avevo pensato. Di sicuro tra dieci-venti anni avranno trovato un modo per resuscitare i morti. Almeno quelli simpatici.”
“Dici che Mussolini e Hitler non debbano essere resuscitati?” – chiesi.
“Certo che no”.
“Sei un razzista”.
“Ah. Io?
“Ovvio. Ora uno non può organizzare olocausti che subito viene discriminato, chi sei tu per decidere chi risorge e chi no?”
“Ho origini ebree.” – disse con tono serioso.
“Io sono pastafariano, ma non lo vado a dire in giro”. – risposi allo stesso modo. Dopo tre secondi iniziamo a ridere di gusto. Continuammo a bere fino a sbronzarci e a dimenticarci quasi tutto di quella serata. Tranne questo discorso e le ripetute avances che Walter ricevette prima da Eddy, mio fratello, e poi da Rita, sua attuale moglie. Di sicuro le seconde gli piacquero di più. Considerando che il giorno successivo li svegliai io mentre ronfavano, di gusto e decisamente ignudi, nel letto dei miei.

“Universi paralleli” – disse mentre mi riportò mentalmente nella sua cantina facendomi uscire dalla bolla dei ricordi.
“Hai inventato una macchina per andare negli universi paralleli? Sei diventato il Prof.Arturo di “Sliders”?”
“Mi deludi caro mio, mica potrei riciclare un’idea così stra-usata miliardi di volte. Secondo me ormai nessuno usa più l’idea delle dimensioni alternative, sono passate di moda. Io punto a ben altro.”
“Bello, se sono tornati di moda i vampiri, tutto ora può essere riproposto. Anche Gianni e Pinotto.” – aggiunsi con una sottile nota di ironia.
“Che non smettono mai di farci divertire, direi. Comunque io qui parlo di futuro, parlo di passato, parlo di tristezza, parlo di risate, parlo di avventura, parlo di fantascienza, parlo di storie senza fine né coerenza, parlo di canzoni inventate al momento, parlo di rapine concluse a stento. Parlo di tutto e parlo ormai anche in rima, se mi fermi avrai la mia stima.” – favellò con un grosso sorriso stampato in volto.
“Walter, sinceramente, cosa ti sei fumato?” – quando ci vuole ci vuole.
“Panini, direbbe qualcuno di mia conoscenza, ma nulla ti rispondo io. Daniel. Vieni qui, te lo dico in un orecchio.” – si avvicinò. – “Ti ricordi la tua voglia di esplorare ogni campo della scrittura? Te la ricordi la tua voglia di essere parte di ogni stile narrativo? Ora si può fare. Daniel, tra poco partiamo, finalmente.”
“Sì, ma hai rotto con sto “partiamo”. Dove si và? In che luogo? In che spazio? Debbo portare il telepass?” – mi inalberai leggermente.
“Niente di niente, solo il ricambio se vuoi. Da oggi andiamo in viaggio con la “Macchina del Genere”.
“Posso dire che un nome peggiore di questo non potevi inventarlo?” – urlai.
“Lo so. Non sono mai stato bravo con i titoli” – concluse rabbuiandosi.